Odio : i fiori di plastica, i tavolini di cristallo, le bomboniere, quelli che mi guardano le tette mentre gli parlo, la pioggia quando devo uscire, quelli che abbandonano gli animali, le prediche, la banalità, quelli che parcheggiano in seconda fila, il dopobarba per l’uomo che non deve chiedere mai, le barbabietole, i peli superflui, quelli che vogliono mangiare il risotto alla milanese, o la pasta al sugo come la fa mammà pure a Bombay, le donnette frignanti, le parure di gioielli, i set di tappetini per il bagno, quelli che devono per forza levarmi i peli del gatto dal cappotto mentre mi parlano, le telefonate di circostanza
Amo : L’odore dei miei bambini, i vecchi mobili di legno, i baci sul collo, quelli che sanno stare in silenzio quando non hanno niente da dire, il vento che mi lascia senza fiato, cucinare in compagnia, il profumo del sapone di marsiglia, la luce delle candele, la penna tra le mie dita, la sua schiena, stare sveglia mentre gli altri dormono, il sospiro della risacca sui sassi, i notturni di Chopin, chi non si risparmia, gli occhi delle donne che hanno vissuto intensamente, il tango argentino, gli occhi verdi, le spezie, il nero addosso e i colori caldi attorno, le lenzuola fragranti di bucato, le cucine di chi ama cucinare, gli sms per dire “ti penso”, le lettere lunghe
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Ma non possono portarci via, quel che è già perduto.
Tu che vieni da lontano
Con le tue ossa e le tue mani
Ti hanno promesso il paradiso
Ti hanno mentito, tutto è falso
Amico mio, o fratello, cosa hai perduto
nella guerra
Tu cercherai tutto l’amore
colato a fondo del dolore
Dì, vuoi forse il tuo permesso?
Dì, l’hai visto il mio palazzo ?
Tu non avrai niente, sta sicuro
Non è fatto per i perdenti, il paradiso
C’è la carne da cannone
C’è la carne da speculazione
C’è la carne da propaganda
Alla fine c’è tutto quello che vi manca
Voi ed io lo sappiamo
Lo spettacolo è terninato
Anche se quasi era ideale
Neanche troppo medievale
Oh, ma adesso, che è bruciato
Non suona neanche male
Certo, in fondo è deprimente
Trovarsi così, alla corte dei perdenti
Non facciamoci illusioni
Ma prepariamoci all’azione
Sopra le nostre anime non pesa,
Dio è fuori dalla contesa.
O voi signori che decidete
Da ogni luogo, e da ogni sponda
Sappiate che giù nel nostro cuore
Il progresso non si ferma
Sotto l’Iride e la pelle
Sotto le unghie e nella morsa
Potremo sempre rifiutare
Di stare in cima o di affondare
Niente leader trionfanti.
Non saremo mai dei vincenti nè dei perdenti.
(La traduzione, imperfetta e non letterale, è mia. si poteva far meglio, lo so, non me ne voglia Bertrand. Era un'esigenza, farlo. Tradurre. Scrivere. Sentire questa canzone fin nelle virgole.)
Non posso più leggere in autobus. Come si spiega? Ho sempre letto in autobus, mi dava fastidio solo se mi sedevo in senso opposto alla marcia, per cui evitavo. Ma ho letto anche in quella situazione, ho letto un sacco sugli autobus. Invece, adesso, se non chiudo subito il libro, potrei vomitare. Ho perso l’abitudine, sto invecchiando, ho perso l’abitudine invecchiando? Mi tocca guardarmi in giro. Oppure non guardare niente. Nessuno guarda me. Nessuno legge più libri o giornali. Tutti scrivono sul telefonino o leggono dal telefonino. Il mio è in borsa. Di norma lo uso per telefonare. Al limite mandare un sms. Ma solo l’idea mi fa crescere la nausea. Fanculo, il libro era bello. Ma se continuo a leggerlo, finirò per associarlo alla nausea. È già successo, con un libro che poi non sono riuscita a finire. Non ricordo il titolo. Lo associavo al mal di testa, alla vertigine.
Come quell’ammorbidente che ancora, a distanza di otto anni, mi fa cambiare corsia del supermercato, se ne sento l’odore. Iperemesi gravidica. I biscotti di zenzero.
Si vedono solo le labbra. Tiene il cappuccio calato sugli occhi, la testa bassa. Legge anche lui dal telefonino, è seduto storto, le ginocchia verso il corridoio, alla mia destra. Labbra troppo carnose, ma ben definite, pelle scura. Forse è arabo, forse solo meridionale. Ombra di barba. Belle labbra, vorrei vedere gli occhi. Buon odore. Sa di limone.
La tizia con i ricci rossi ansima ancora. È arrivata di corsa alla fermata, si è lasciata cadere sul sedile di fronte al mio. Sudore acido.
Grigio contro i finestrini. Grigio grigiore di pioggia sottile, di nebbia pesante.
Il ragazzo con il cappuccio si è alzato, e non ho visto gli occhi. Guardavo la strada, i tettucci bagnati del fiume di auto sotto di noi. Mi offre la schiena, il sedere fasciato nei jeans non troppo stretti non troppo larghi. Ha un corpo che parla. Come pochi. I corpi degli uomini faticano a parlare dentro i vestiti pesanti. Il suo deve essere spettacolare, nudo. Ma intanto scende, e io non ho visto i suoi occhi. Potrebbero cambiare tutto, gli occhi. Potrei addirittura trovarlo brutto.
La Cri che mi aspetta è una novità. Sa di buono. Non sono più abituata agli abbracci che abbracciano sul serio. A parte i corpi che conosco così bene che è come se fossero parti del mio, parti che a volte si allontanano mai poi ritornano. Il corpo che abbraccio è sconosciuto e ritrovato, come il suo profumo.
Follie. Code di ragazzine, sacchetti blu e argento, tutti uguali. Chi cazzo è Jimmy Choo? No dai, davvero non lo conosci? Davvero. Ad altri magari non lo direi, nel dubbio che magari dovrei. Conoscerlo, o far finta. Alla Cri invece posso dirlo, non c’è niente da dimostrare. Leggerezza.
Certo che Milano è davvero grigia. Ma più grigia di ogni grigio conosciuto, di un grigio che intossica, che può ferire. Il Duomo sembra nudo, pelle bollita, o bruciata dal sole. Copritelo, o spogliate la città. Così è indecente.
I sacchetti blu ci seguono. Un esercito di ragazzine. Le immagino, tra qualche giorno, indossare tutte la stessa divisa, pensata per cinquantenni single e disinibite della Grande Mela. Quattordicenni efebiche o culi bassi, sandali fetish su cui barcollare. Innaturalmente languide, affettate, come bambine che giocano alle signore, ma senza gioia, senza divertimento, nemmeno malizia, troppo preoccupate di non apparire ridicole, di non cadere dagli stivali.
Milano oggi non ci contagia, possiamo sfidarla, ridere sguaiate, attraversarla come turiste. Non ci tocchi, non ci ammorbi, bella. Parlo alla città come Vecchioni di Luci a San Siro. Ma non ho freddo né schifo, ci sto dentro, anzi. In questa Milano che potrebbe essere, oggi, un posto qualunque. Non velenoso, qualsiasi.
Milano e code, Milano è code, per tutto. La mostra di Hopper, il panino (giusto? Giusto), ma la coda non è coda se non la lasci stritolarti il tempo tra un impegno concluso e uno rincorso, la coda può anche essere un posto dove stai, un marciapiede, una galleria, un luogo come un altro, in cui puoi stare ferma o in movimento, non importa. Hai occhi in cui ti piace stare, parole belle da dire e da ascoltare. L’impazienza non ti tocca, quando non vorresti essere da nessun’altra parte. Non c’è fretta quando non aspetti di poter, ma puoi. Sei. Ci sei, sei lì tutta quanta. Anche la fame è allegra quando sai che la soddisferai. A breve, non c’è fretta.
A spasso, cammini, camminiamo. Dentro e fuori negozi, dentro e fuori il rito dello shopping che per noi non ha niente di sacro, ci passiamo dentro, in mezzo, non ci importa. Scegliamo parlando, non scegliamo, ci lasciamo spostare dalla folla, la attraversiamo, scivolando morbide, su rotaie private. Abbiamo cose da dire noi, non tempo da occupare a ogni costo. Abbiamo tempo bello da goderci, da gustare.
Abercrombie. Altra follia. Come sono fuori dal mondo, che marziana. Rido, dalla mia navicella spaziale, di questa folla da stadio, la pazzia di fare la coda per avere il privilegio di spendere i tuoi soldi in un locale olezzante di profumo da far girare la testa a cinquanta metri di distanza, tra top-commessi. Gente che si scatta fotografie sull’ingresso. Vorrei essere più comprensiva, ma non mi riesce. Certe rigidità non riesco a vincerle. Rido di loro. Mi fa incazzare la ragazzina che tiene il suo cucciolo di terrier appeso per il collare, lo impicca quasi, la povera bestiola stritolata tra troppi piedi calzati in scarpe costose (Jimmy Choo?), che diavolo se l’è portata a fare? Per il resto rido, rido in faccia a questa gente. Abercrombie non mi avrà, scelgo meglio la mia follia, la voglio di carne, di anima, di illusioni e parole, la voglio di sangue, non di stoffa o similpelle. Snob. Chissenefrega.
Violini in galleria. Adoro i violini, anche quelli un po’ stonati. Mi mancano i musicanti di Dublino, mi mancano le risate, le ragazzine con le ginocchia nude, i ragazzi con le divise del college e le facce belle, le risate e il cielo, e i colori. La vividezza.
Non è bello salutarsi in metropolitana. Non c’è la magia dei binari di una stazione, ma pazienza, ci si accontenta.
Il bene è bene, persino sopra questo linoleum nero a pallini, in questo buio, in questa fretta che puzza di ruggine e piscio.
Di nuovo sola, chissà se riesco a leggere senza nausea in metrò. Pare di sì, ci provo.
Ci ho fratelli, nessuno genitore, prego aiutare con moneta, o posto di lavoro. Sollevo lo sguardo dal libro, la guardo, cerco moneta e gliela lascio cadere nel bicchiere della coca cola segnato in mezzo dalle molte piegature. Chissà che farebbe se le offrissi un posto di lavoro. Posso permettermi di guardarla, mentre le do quel che posso – non un lavoro – di sorridere al suo grazie. Posso farlo perché non la rivedrò a breve, perché non sarò importunata da altre come lei due o tre volte al giorno, domani, dopodomani e dopo ancora, non conosco il suo viso a memoria, posso anche guardarla, non sono obbligata a indossare lo sguardo che non vede, che non ha pietà, lo sguardo seccato e stanco, nauseato e aggressivo, duro e grigio ferro. Non mi costa molto, lo so bene, gli eroi sono altri. Chi continua a guardare, ogni giorno, chi si scortica vivo per continuare a sentire, a restare presente, ricettivo, a cercare dietro gli angoli, a guardare negli occhi. Io sono solo una turista, oggi. Qui di passaggio.
Alla fermata dell’autobus, la donna anziana si tiene aggrappata alla palina. Non riesco a leggere l’orario, per via della sua ombra. Mi devo piegare in avanti, strizzare gli occhi, ma lei non si sposta. Ha una grande borsa azzurra di plastica, la tiene stretta tra le caviglie chiuse nelle scarpe stringate. Porta anche un impermeabile chiaro e un cappello, come una Miss Marple malandata, ha lo sguardo impaurito, e si tiene forte, le dita azzurrine sbiancate sulle nocche, come se fosse già sull’autobus e temesse di poter cadere al prossimo scossone.
Penso a noi due, ferme sotto alla luce del lampione, alla sua espressione assente, alla sua ombra lunga e alla nostra attesa. Non staremmo male in uno dei quadri di Hopper.
Stanca di abitare questa terra inventata, disconosciuta, ripudiata. Insabbiata tra due bandiere, arenata senza bandiera, niente inno nazionale o ricorrenze da celebrare, solo una lingua non ufficiale, una lingua privata, da inventare.
Stanca di incontri senza passaporto, nemmeno un visto di ingresso, nessun ingresso, noi stiamo.
Abitiamo questa terra di nessuno, prigionieri della nostra identità traballante, dei contorni slabbrati della nostra appartenenza, senza altro permesso di soggiorno che quello che abbiamo scritto a mano, sul retro di un biglietto di un treno mai preso.
Possiamo, certi giorni. Ci prendiamo il diritto di calpestare questo suolo sputato fuori dai confini, ci accosciamo ad accarezzarne l’erba e i fiori che nessuno ha seminato.
Altri invece è più forte la stanchezza, i vestiti fradici sotto la pioggia, e nemmeno una tettoia abusiva a ripararci. Né un mare da guardare, che il mare se lo sono spartito tutto e neanche una goccia, o uno scorcio schiumante, un fragore di ghiaia scagliata contro gli scogli, un profumo salato di alghe in decomposizione, di ricordi in cristallizzazione.
Stanca, di questa continentalità pesante di altri respiri che ci chiudono il passo, di temporali non nostri che stritolano le nostre nuvole di passaggio, di gas di scarico di altri sudori e tremori.
Stanca. E tu che nemmeno mi guardi, girandomi attorno.
Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E' questo
E' questo
E' questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.
La morte mi è nemica
non mi viene a rapire
e pur con le mie dita
io tento di fuggire
da questa amara vita,
ma non vuole colpire
il mio cuore di foglia,
morte vuole tradire
questa tenera voglia
e morir fa l'insetto
e la gente gentile
ma a me che son reietta
non mi viene a colpire.
Tra i miei sogni ricorrenti, c'è quello di perdere le scarpe. Stanotte ero alla stazione, in attesa di un treno, che però mi dimenticavo di prendere. In compenso mi accorgevo di aver perso le scarpe. Correvo allora, su e giù per i binari e le sale di attesa, in cerca delle mie ballerine, ma non le trovavo. Alla fine, scalza, prendevo un treno per la direzione sbagliata.
Edvard Munch, il pittore dell'angoscia. Shopenhauer dichiara, nella “Philosophie der Kunst” che il limite della capacità espressiva di un pittore potesse essere la sua impossibilità di riprodurre il suono di un grido, e Munch invece gli dimostra che si può far gridare una tela.
Munch, un uomo profondamente segnato dalla morte e dal rifiuto, dall’amore non corrisposto. Le sue giovani donne sono sognatrici, pudiche, guardano il mare. Le donne nel pieno della maturità sessuale sfrontate, carnali, vampiresche. Bucano la tela, lo sguardo diretto a chi le guarda, come a dire “sono io il mare”.
Le vecchie invece portano il dolore delle ombre scure attorno agli occhi. Vedove, secche, fosche, al mare voltano le spalle, non riescono più a guardarlo.
La sensualità della sua Madonna è potente, stravolgente, magnifica. L' abbandono al piacere è nelle palpebre abbassate, nelle narici frementi, nei capelli massa viva, polposa, pulsante.
Gli occhi folli della modella con i capelli rossi sono straordinari e ambigui: è davvero Il Peccato, la strega, il potere oscuro del femminino, oppure un'anima fragile, persa nei labirinti della mente?
La litografia de L’autoritratto davanti a una bottiglia di vino mi inchioda i piedi al pavimento. La trovo ancora più straordinaria del quadro omonimo (che ho visto solo in foto, però), in cui i colori e gli effetti sullo sfondo già trasmettono l’angoscia e la vertigine di fronte all’abisso. Nella stampa, l’artista ha dovuto cercare per forza un’altra via, e l’ha trovata, io credo, ancora una volta negli occhi. Tanto è il dolore, la paura, nella nudità di quello sguardo, “fermato”a pochi giorni dal crollo nervoso. Tu, impotente spettatore capisci che lo sta guardando arrivare, vedi il riflesso del mostro in quegli occhi.
È quasi intollerabile, stare ferma lì davanti a sostenere quello sguardo, eppure non riesco ad andare
« Come Kafka, anche Munch non cessa mai di sentirsi misteriosamente colpevole e perseguitato dai propri spettri. E nei suoi quadri non farà altro che "scrivere" e "riscrivere" la sua vita: un'autobiografia dell'anima per immagini, o meglio un'anatomia delle catastrofi dell'Io, impridente nell'intensità, provocante nei mezzi. Chi guarda sbatte contro quell'ansia e vi riconosce la propria: non vi è dubbio che tra i pittori, Edvard Munch è colui che più di ogni altro, ha saputo dare volto alla psiche moderna. »
(E. di Stefano - Munch – 1994)
È da tanto che non mi capita più di sognare l’azzurro sfacciato dei tuoi occhi, il suono della tua risata, il tuo profumo che, sono certa, saprei ritrovare in mezzo a una folla (sì, lo so, me l’hai detto così tante volte di non usare profumo, eppure). Per molto tempo è andata avanti, lo sai, a molti anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati, e molto dopo l’ultimo contatto via e-mail, e molto, moltissimo dopo che avevamo smesso di cercare un modo, una via, un’alchimia che ci permettesse di stare bene insieme, non come quando eravamo amici, non come quando le nostre bocche e le nostre mani si trovavano, ma nel tempo in mezzo, nel tempo diverso che doveva trovare un ritmo, doveva trovare parole, sguardi, risate nuove, o forse no, forse la soluzione ce l’avevamo sotto gli occhi, e non l’abbiamo riconosciuta. Tant pis, tant mieux, chissà.
Ho continuato a sognarti, comunque. A distanza di settimane o mesi, ma per molti, molti anni. Anche se il tuo pensiero era ormai sparito dai miei giorni, sei tornato, puntualmente, a visitare le mie notti.
E oggi che ti ho rivisto, che ho creduto di vederti, io a piedi tu in macchina, chiuso nel traffico - è possibile, possibile che fossi davvero tu? Difficile, ma di certo non stavo pensando a te, e di certo ho incontrato uno sguardo che sembrava dubbioso, ma insistente, per un attimo, troppo poco – tutto torna ad avvolgermi, un ricordo dolce e pacificato, un ricordo che non è mai stato davvero feroce, la tua resistenza rabbiosa alla tristezza, il tuo essere sempre allegro o furioso, la tua incapacità di stare fermo, la tua risata da bambino, la luce straordinaria che dai tuoi occhi poteva illuminare una stanza o lanciare fiamme di odio puro come non mi è mai più capitato di vederne, tutto questo ancora vibrante e vivo, l’onda di emozione, ancora, mi dico che non è cambiato niente, che se anche non dovessi vederti più – facile che sarà così – resti sempre tu, il mio più bel rimpianto.
Il tramonto a 10000 metri è una colata di fuoco tra il blu elettrico del cielo e la terra grigioazzurra, punteggiata dalle luci delle cittadine inglesi ben distanziate, nella campagna. Sembrano ragnatele di oro rosso, raffinati medaglioni di filigrana, leggerissimi, effimeri.
P. legge il mio giallo, mentre io ho appena finito l’ultimo di Lidia Ravera.
Leggi la Ravera, vorrei dirgli, che scrive meglio di me. Se lo facessi riderebbe, o lo prenderebbe come un atto di (falsa?) modestia. Invece no. A volte le motivazioni sono così semplici, se non fossimo noi a mescolare le carte, a barare sui risultati dei nostri test, anche quelli scemi delle riviste femminili o di facebook, come se farci dire da uno stupido prestampato che siamo sexy e spregiudicate, invece che timide e represse potesse davvero trasformarci, o aiutarci a cavarcela in modo brillante ogni volta che uno sconosciuto cerca un approccio al bar, invece che sentirci in trappola e cercare la fuga.
Mentiamo sempre, e quel che è peggio, spesso lo facciamo gratis, senza nemmeno la prospettiva di ottenere qualcosa in cambio, e senza un pericolo da cui doverci salvare.
Ogni uomo mente, disse Wilde, ma dategli una maschera e sarà sincero.
Ecco, amore mio, stai leggendo una delle mie molte maschere, nemmeno la meglio riuscita. Là ci sono verità che tu, tu meglio di tutti, già conosci. Non tutte, alcune, altre crederai siano finzione, e alcune finzioni le prenderai per verità. Questo è il gioco, sì che lo sai.
Poter dire tutto, potrei dire tutto, ma non vale molto, una verità che non sai sostenere con lo sguardo, con i fatti. Parole, parole, parole.
Un musicista in Grafton Street, con il suo cane e la sua chitarra. Canta “Somewhere over the rainbow” e come sempre questa canzone mi stringe un nodo in gola. Mi fermo, inevitabilmente, ma la canzone finisce e io non me ne vado, anche se non conosco la successiva, e nemmeno quella che ancora segue. Ma ancora non mi decido a riprendere il cammino.
E mi accorgo che non sono la sola, bloccata lì per misteriose ragioni. La strada è piena di musicisti, molti sono bravi, molti sono accattivanti, ma solo davanti a questo c’è una vera folla. Ha una bella voce, ma non è il solo, questo non basta a spiegare la presenza di tutte queste persone, ferme così a lungo, persone che stavano passeggiando, come noi, turisti, ma anche persone con la borsa della spesa, madri con i bambini, giovani con lo zaino, non spiega la processione ininterrotta di persone che si avvicinano e lasciano cadere monete nella custodia aperta della sua chitarra, o tutti quelli che acquistano il suo cd, cinque euro per 17 pezzi, e non sanno nemmeno quali.
Perché si avvicinano, uno dopo l’altro, perché sentono il bisogno di andargli vicino, di chinarsi per una carezza al meraviglioso cane color cioccolato, per togliersi di tasca qualche soldo da donargli?
Perché resto inchiodata qui, davanti a questo giovane uomo in felpa grigia, al suo cane e alla sua chitarra, perché sorridiamo tutti, perché questo particolare angolo di strada vibra di qualcosa a cui riesco solo, riduttivamente, a dare il nome di poesia?
Non so spiegarmelo, e intanto si fa tardi, e non mi sono decisa a vincere la timidezza, ad attraversare il semicerchio vuoto, ad avvicinarmi sotto agli occhi di tutte queste persone, a sollevare la testa del cane che nel frattempo si è sdraiato all’interno della custodia della chitarra, a sfilare un cd da sotto il suo muso e a lasciargli i miei cinque euro, per le sue 17 canzoni.
Così me ne vado, senza CD (mi dico che lo prenderò al ritorno, ma naturalmente quando ripasserò, più di un’ora dopo, il musicista sarà già andato via) e con le mie domande in tasca.
Dopo qualche tempo che camminiamo, P. mi dice che il musicista gli ha fatto pensare a un pugile, per le mani, dice, e la corporatura. Ci penso, a me ha fatto pensare a un uomo gentile, perché solo le persone gentili hanno cani felici, e quel cane sorrideva.