Ridistribuire i nomadi.
L'ho sentito stasera al tg. Uno, non importa quale, tanto sono tutti uguali.
Mi ha fatto impressione questo "ridistribuire" che taglia fuori ogni scelta, ogni libero arbitrio, ogni umanità.
Ridistribuire.
Pensateci.
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Raccomandata alla Posta da ritirare
Prenotare appuntamento all'officina x la cinghia dell'auto da cambiare.
Telefonare all'amministratore.
Cercare ricetta torta che hai promesso per il mercatino di fine anno a scuola.
Fare la spesa.
DEVI stirare!
Sentire Asl per il passaporto del cane.
Il documento della piccola sta per scadere: ricordati di rifarlo prima delle vacanze!!
Verifica orari dei treni per Rovereto per venerdì prox.
Ricordati di avvisare C che non potrai andare alla sua festa domenica. (devi farlo da tre giorni!!)
Rispondi alle mail arretrate.
Deciditi a fare il cambio degli armadi.
Ricordati le scadenze dei libri della biblioteca
Chiedi a tua madre di tenerti i bambini venerdì.
Ricordati che lunedì viene il tecnico della caldaia (sgomberare per allora il casino che ci sta davanti!)
...
Scarico le mie foto recenti, mi innervosisco e tante le cancello. C’è qualcosa che mi dà fastidio, nella mia immagine, qualcosa che va oltre le considerazioni estetiche, e le occhiaie, e la pelle pallida, e quelle palpebre pesanti che non ho mai sopportato.
No, sei tu.
Lo capisco un secondo prima di cliccare sull’ennesimo ELIMINA, mi fermo, mi guardo, in primo piano, e ti vedo, vedo quella piega amara, quella strisciante persistente insoddisfazione, quella rabbia sotto pelle.
Squilla il telefono e sei tu, come chiamata, proprio in questo istante, mentre scrivo di te. Mi trovi più gentile del solito, ti invito anche a cena, forse, ma tu non lo saprai mai, per risarcirti del dolore che ti darebbe, sapere che sto scrivendo del mio fastidio che mi prende, quando mi accorgo di assomigliarti.
Mi hai insegnato che gli slanci non stanno bene, e a parlare sottovoce, ad aspettare tranquilla, mi hai insegnato che il tempo degli altri vale molto, e che il nostro quasi niente (l’ho scritto anche in un libro questo, chissà se ti sei riconosciuta), che non bisogna mai farsi aspettare, urlare troppo forte, abbracciare troppo a lungo.
Hai provato a insegnarmi che la casa deve essere tenuta sempre in ordine, come se dovesse arrivare qualcuno, ma che la gente in casa fa confusione, per cui è meglio non invitare nessuno. Hai provato a insegnarmi l’orrore per la polvere, la condanna per ogni atto di vanità (una volta mi hai dato uno schiaffo perché mi rimiravo allo specchio, te lo ricordi? Poi mi hai fissata, in imbarazzo, quasi che ti domandassi da sola perché l’avevi fatto) , il rispetto per le convenienze, mi hai detto “cosa diranno i vicini se ti vedono rincasare con un ragazzo?”, hai detto che le persone che fanno del male agli animali sono terribili, ma una volta, mentre io dormivo, hai preso i miei gattini e li hai buttati via.
Tu diresti che non erano miei, i gattini. Qualcuno li aveva lasciati nel nostro giardino, spinti attraverso la ringhiera.
Proprio lì sta la frattura insanabile tra noi. Questo per me, allora e oggi, significa che erano nostri, che avremmo dovuto prendercene cura.
Per te invece significava che qualcuno ce li aveva rifilati, e che non avevamo nessun obbligo verso di loro, e che, anzi, il fatto che te li avessero cacciati in giardino ti dava il diritto di liberartene.
Così hai fatto. Li hai portati in fondo alla strada chiusa, tra le sterpaglie. Mi hai detto che erano scappati.
Non ti ho creduta, erano così piccoli.
Non ti ho dato tregua per giorni, finché hai confessato.
Erano tutti morti, quando sono andata a riprenderli. Tutti tranne uno, con il ventre gonfio, gli occhi chiusi dal pus, una zampina rotta, forse per un calcio (non tuo di certo, di qualche ragazzaccio che tu condanneresti, tu che hai lasciato gattini indifesi là da soli).
Ho assistito alla sua agonia durata giorni.
L’ho vegliato, nella scatola di cartone nella quale mi avevi concesso di riportarlo a casa, pensando che il mio amore avrebbe potuto salvarlo, come l’amore di Heidi salvava i suoi uccellini feriti nei cartoni in tv.
Non è bastato (e tu non avevi soldi da buttare per un veterinario).
Mi è morto in grembo, e io l’ho seppellito, il gattino che tu avevi condannato a morte.
Non lo dimentico.
Quel giorno hai cessato di essere la mia Fata Madrina, quel giorno ho capito che ami solo quando devi, quel giorno forse ho cominciato a smettere di amare te. O almeno questa è la storia che mi racconto.
Quando ho voglia di pensarci, e non ne ho quasi mai.
Quando, per esempio, noto quella piega amara che, nonostante la mia casa disordinata e sempre aperta alle intrusioni, nonostante i miei vestiti così diversi dai tuoi, nonostante il mio darmi da fare in tutte le direzioni che tu non hai mai percorso, mi hai inciso sul volto, la noto e vorrei poterla cancellare, come cancello le foto nelle quali la vedo di più.
E poi ti invito a cena, per chiederti scusa dell’amore che non sento.


Cosa è cambiato è piuttosto evidente:
- il libro
- la compagnia (anche se la rossa di spalle nella prima foto è una piacevole, dolce conferma :-) )
- la pettinatura
- il colore dei capelli
- le rughe
- la borsetta
- le scarpe rosse
Cosa è rimasto uguale?
A questo penso, proprio adesso.
Buon fine settimana a tutti.
(so che alcuni aspettavano un resoconto dettagliato, però una delle mie regole d'oro è: non fare sempre quello che gli altri si aspettano da te, per cui dirò solo, per ora, che è andata bene, che sono molto felice di avere conosciuto altre donne interessanti - quelle con me nella foto - e di averne riabbracciate altre - Maria Giovanna e Milvia - e che era importante, comunque, essere là. Poi magari qualcosa dirò in seguito, "a spizzichi e bocconi")
Ma davanti a un'onda troppo grande, la cui volta sembrava più che una semplice estasi di schiuma che pioveva sopra la meravigliosa forma delle sue mani, un'onda la cui concavità sembrava più che un utero momentaneo in cui giacere per la frazione di un secondo, la durata di un orgasmo, egli sedeva come una scatola segreta cinese con una superficie che non rivela alcuna possibilità di apertura alle infiltrazioni della tenerezza né all'inondazione della passione, e allora il grande impulso di lei si fratturava con uno strano dolore in una moltitudine di piccole onde coronate con frivole paillettes di sole, segretamente vergognosa di questa selvaggia sproporzione nei confronti del giovane uomo che stava seduto lì, a offrire tutto quello che possedeva - la sua mascolinità intermittente, i suoi sogni più estesi e la paura delle proprie espansioni, la sua maturità così come la paura di tale maturità che lo conduceva fuori dai giardini dell'infanzia.
(Anaïs Nin _ Figli dell'Albatros)



Il titolo del post sembra un gioco di parole e infatti lo è, in un certo senso. Per capire in che senso vi invito a leggere questa intervistina che ho fatto a Caterina Cavina, autrice di questo libro che sta spopolando.
Intelligente quanto dissacrante. Ve la consiglio.

Ritorni.
Com'è sciocco aspettarli.
Un passo avanti all'altro, mai guardare indietro, quante volte me l'avranno ripetuto?
Non aspettarti niente,
non chiedere niente
non desiderare
non sperare
vivi
un passo avanti all'altro
è già abbastanza
Si stima che il ritardo diagnostico per riconoscere l'Endometriosi su una donna sia di 7/9 anni di media.
Si stima che una donna debba girare 4/5 ginecologi prima di trovare quello che le faccia smettere gli psicofarmaci e le dica finalmente che il suo problema non è l'ipocondria, ma l'Endometriosi.
3.000.000 di donne in Italia soffrono di Endometriosi
14.000.000 di donne in Europa soffrono di Endometriosi
150.000.000 di donne nel Mondo soffrono di Endometriosi.
Non sono solo numeri. Sono donne.
Non so voi, ma io leggendo questi dati sono rimasta colpita. 7/9 anni e 4/5 ginecologi per avere una diagnosi mi sembra pazzesco. Mi pare che ci sia un grave buco di informazione, cui si deve sopperire come si può, visto che ne va della salute di così tante donne. Vi invito a leggere qui:
http://declinatoalfemminile.menstyle.it/archive.php?eid=98
per capire innanzitutto di che si tratta, e poi per aiutare queste donne nella loro battaglia, che è quella, prima di tutto per ottenere il riconoscimento sociale della loro malattia, e di conseguenza ottenere che si lavori concretamente perchè questa malattia venga conosciuta da tutti i medici, e affrontata nel modo giusto. Non mi sembra che sia chiedere molto, no?
Il sito di riferimento, per tutte le informazioni è questo:
Forza, diamoci da fare. Ne va della nostra salute, nostra, delle nostre amiche, e delle nostre figlie e nipoti.
sabrina