venerdì, 19 giugno 2009
Postato da biancabalenaCon la mente già qui:

e il corpo piegato (in ogni senso) a fare valigie, saluto tutti gli amici e i passanti. Mi regalo un mese off line, in cui leggerò solo molti libri, scriverò (molto o poco non lo so) , mi sottrarrò al flusso costante dell'informazione per abbandonarmi a quello delle maree, proverò a spegnere l'indignazione, farò castelli di sabbia, nuoterò, camminerò, mangerò frutta buonissima, accarezzerò, abbraccerò più che posso, cercherò di non farmi domande, cercherò la bellezza e l'incanto.
Vi lascio con due segnalazioni che mi riguardano: una intervista ospitata da un sito interessante, qui, e un racconto pubblicato sulla rivista PaginaUno, che ora l'ha gentilmente messo on line, qui.
Torno alle valigie, ora.
Ci si rilegge, come si dice. :)
Sabrina
giovedì, 18 giugno 2009
Postato da biancabalena
“Che cosa voleva dire, poco fa, la fantastica, piccola uscita di quel Miklas? Allora è vero che quel bulletto è antisemita e ha a che fare con nazionalsocialisti?” Alla parola “nazionalsocialisti” fece una smorfia di disgusto, come se avesse toccato un topo morto. Schmitz rise sprezzante, mentre Kroge diceva: “Ne avevamo proprio bisogno!”
Ulrichs si assicurò con un’occhiata che Miklas non li stesse ascoltando, poi dichiarò sottovoce: “Hans è in fondo un bravo ragazzo, lo so, perché ho parlato spesso con lui. Con un giovane così bisogna darsi molto da fare e usare indulgenza… allora lo si può forse conquistare alla buona causa. Non credo che sia già perduto per noi, il suo spirito di ribellione e la sua generica scontentezza hanno preso la strada sbagliata, capisce che voglio dire?” Hedda annuì, Ulrichs mormorò ancora con fervore “ In una testa così giovane le idee sono confuse, non c’è chiarezza al giorno d’oggi, ci sono in giro milioni di persone come questo Miklas. In loro c’è soprattutto odio, e quest’odio è buono, perché si rivolge verso l’esistente. Succede poi che uno di questi ragazzi abbia la sfortuna di cadere nelle mani dei corruttori, e questi stravolgono il loro buon odio. Gli raccontano che sono gli ebrei e il Trattato di Versailles i responsabili di tutto il male del mondo; lui crede a quelle porcherie e dimentica chi sono i veri colpevoli, qui e in ogni luogo. Questa è la famosa ‘manovra fuorviante’ e ha successo con quelle giovani teste confuse, che non sanno nulla e non sono in grado di riflettere correttamente. Allora un mucchietto d’infelicità come quello se ne sta lì a farsi insultare come nazionalsocialista”
(da Mephisto_ Klaus Mann)
giovedì, 11 giugno 2009
Postato da biancabalena
Procede eretta come una Madonna in processione, avvolta nella sua tunica rosa acceso, lunga fino ai piedi. Altera come una regina dalle labbra spesse, gli occhi di cerva scivolano sopra i muri e i marciapiedi senza sporcarsi.
Tra le dita lunghe il suo fagotto bianco.
Dietro le tende inamidate le donne.
Cammina sulle unghie smaltate, dentro i sandali dalla suola di velluto, si fondono le anche sontuose con il tessuto della strada, la bocca curvata in un sorriso che non svela e non sfida, che è.
Fuori dal bar, spostano la lingua da un lato all’altro nella bocca, gli uomini.
Saluta l’amica e procede sola, il suo tesoro stretto al petto senza fatica, piccolo, leggero, coperto, protetto, le sue mani lunghe, le unghie rosa.
Dietro le finestre soffiano le donne: la troia africana, il suo piccolo bastardo.
Scivolano i piedi leggeri sul grigio dell’asfalto, passano davanti ai piedi incrociati dentro i mocassini, i sandali, le ciabatte.
Schioccano le lingue contro i palati.
Dita furtive accarezzano corpi cavernosi da dentro la fodera delle tasche.
Le donne dietro i vetri. Ossa grandi di granito, mascelle quadrate, spalle larghe e piedi grossi. Occhi chiari e taglienti come cocci di bottiglia.
Si stringono le dita scure sul fagotto bianco. Non si abbassano le ciglia, non si muove la treccia rigida sul petto.
Ridono i vecchi dietro il bianchino, le chiappe molli sulle sedie di paglia assecondano.
Il piccolo fagotto bianco trema, cerca un capezzolo e succhia cotone, polpastrelli chiari carezzano la sua schiena rotonda.
Porta in giro lo scandalo, la negra puttana, avvolto in quel panno bianco come la neve, come la pelle del suo figlio senza nome, figlio di nessuno, figlio del paese.
Sbattono le unghie corte contro i vetri, mani di madri, di massaie. Stridono i denti, gli sguardi come frecce, a trafiggere la carne tenera di quell’agnello del peccato.
La polvere si è posata sui capodimonte, sui tappeti stanchi, restano vuoti i piatti, silenziosi i fornelli, sguardi carichi di accusa sorvolano le macchie delle tovaglie, a pranzo come a cena.
Guarda la sua vita, guarda com’è sottile. E se l’avesse rubato, quel bambino, la strega?
(brandello scritto ieri sera a matita sul retro di una busta trovata in macchina, omaggio a una giovane donna africana intravista dal finestrino, caduta non si sa come per le vie di un paesino di montagna - che purtroppo conosco bene - con il suo bambino. Ho temuto per lei, tanto era bella. Titolo del post e immagine omaggio a uno splendido film d'animazione.)
lunedì, 08 giugno 2009
Postato da biancabalena
“Più tardi loro, la redazione, e la Francia migliore, soprattutto la più coscienziosa, avevano perduto in Algeria tre fotografi e un reporter, e a Suez due giornalisti, e il commento di Trotta era stato: Dunque la guerra che voi fotografate per la prima colazione degli altri non risparmia neppure voi. Non so perché, ma non riesco a versare una lacrima per la morte del tuo amico. Quando uno salta in mezzo al fuoco per portare a casa un paio di buone fotografie sul modo in cui muoiono gli altri, allora può benissimo capitare – e non c’è niente di straordinario – che per la sua ambizione, un’ambizione sportiva, ci rimetta la pelle anche lui, è un rischio del mestiere, niente di più! Elisabeth era rimasta sconvolta perché a quel tempo riteneva che l’unica cosa da fare fosse quella che loro facevano, era giusto che la gente sapesse con precisione quel che succedeva laggiù, era giusto che la gente si svegliasse dal suo torpore alla vista di quelle immagini sconvolgenti. Trotta aveva detto soltanto: Ah, sì, la gente deve svegliarsi? Ma lo vuole? Svegli sono soltanto coloro che la guerra se la possono figurare anche senza di voi. Credi proprio di dovermi mostrare le fotografie dei cadaveri e dei villaggi distrutti perché io mi figuri la guerra, o che debba vedere le immagini di quei bambini indiani per sapere cos’è la fame? Che enorme stupida presunzione. E per coloro che non sanno queste cose le alternative sono due: o sfogliando le vostre belle serie riviste fotografiche ne contemplano le immagini come un fatto estetico oppure ne ricavano soltanto un senso di orrore, ma questo dipende probabilmente dalla qualità delle foto, sei tu che insisti sempre sull’importanza della qualità, non vieni mandata dappertutto appunto perché le tue fotografie sono di qualità?, domandò con lieve sarcasmo.”
(da Ingeborg Bachmann_ Tre sentieri per il lago)
venerdì, 05 giugno 2009
Postato da biancabalena
Probabilmente ha un senso, che i luoghi che più mi parlano di te sono quelli in cui non sei mai stato. Dovrei pensare, ci sono assenze e assenze, o solo l’Assenza, sterminata e indiscriminata?
Non so dirlo, certo che se si potessero fare dei distinguo, direi che tra noi ci sono state delle grandiose assenze, dei vuoti così pieni e palpitanti da poterli celebrare, perché no, come anniversari o eventi di qualche tipo. Decisivo, forse.
Da aver voglia di rimpiangerli, quasi. Ora che l’assenza è solo domestica ordinaria non-presenza.
Passare davanti a quel negozio di macchine per cucire, su quel tratto di strada in cui mi ha raggiunto, inaspettato e inopportuno, quel tuo messaggio che diceva non so, mi sa che non ce la faccio.
Su quel marciapiede troppo stretto per starci in due, lui allora davanti a me, io dietro, ci parlavamo a voce alta, per sentirci al di sopra dell’urlo del traffico sul cavalcavia.
Ridevamo di qualcosa, quando.
Una vibrazione nella tasca, il telefono estratto veloce, un rapido sguardo senza smettere di parlare, quelle parole tue che non ho mai riletto, lette in un secondo, cancellate in un secondo.
Labbra strette, lo sapevo, non c’era nemmeno bisogno di dire, già una di quelle assenze dense aveva spiegato tutto, riempito tutto, non c’era bisogno di quel piccolo dolore da passeggio, mi è sembrato come voler mettere un pezzo di nastro adesivo su una busta già chiusa, un atto inutile, a ribadire l’ovvio.
Forse una richiesta, ma a questo ho pensato soltanto dopo, molto tempo dopo.
Non sapendo come si fa a chiedere, non so nemmeno se sono in grado di riconoscerle, le richieste.
Allora mi è parso solo un pezzo di nastro adesivo.
Inutile, non dovuto, per questo forse dolce nella sua insensatezza.
Con la pancia vuota ho continuato a ciarlare, era una bella giornata, una giornata ragionevolmente felice, da non guastare.
Chiuso, cancellato, già sapevo, del resto, non c’era niente da aggiungere.
E poi siamo andati avanti, e molte cose sono accadute, cambiate.
Per questo mi sorprende, ogni volta che i miei occhi incrociano una macchina per cucire, il pensiero di te.
giovedì, 04 giugno 2009
Postato da biancabalena
La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. Le assurdità
sono diventate normali. L'eroe
non si lancia nella lotta. Il debole
combatte in prima linea.
L'uniforme di oggi è la pazienza,
e la medaglia appuntata sul cuore
è una misera stella di speranza.
La conferiscono
quando non succede più niente,
quando gli spari si spengono,
quando il nemico si è dileguato
e il cielo si ricopre
dell'ombra del riarmo permanente.
La conferiscono
per la diserzione dalle bandiere,
per il mostrarsi coraggiosi con l'amico,
per il tradimento di foschi segreti
e l'inosservanza
di tutti gli ordini.
Ingeborg Bachmann
venerdì, 29 maggio 2009
Postato da biancabalena
Lascia che io mostri
quel che ho di bello,
lasciami sedurre il mondo
con l’incanto dei miei polsi sottili
con l’inchiostro nero dei miei occhi
con il ventaglio delle mie ciglia,
più seriche della coda del pavone
e più cangianti.
Lascia che i miei capelli bevano la notte,
che mi spargano stelle sulle spalle nude
Lascia danzare i miei piedi bianchi
alla luce delle torce.
Lasciami sfoggiare
la rotondità di seni che nessuna mano ha impastato,
vergini di morsi e di carezze.
Lascia che tremino le mani e le voci,
al mio incedere lento,
che il sangue mi segua, come onda di marea.
Lascia che il loro desiderio mi bagni
Come bava di luna
Come tela di ragno.
Lasciami fiorire, esplodere come il gelsomino
In questa notte che mi vede giovane e bella.
Verranno le ore stanche
Di pianti di bambini,
di lamenti di malati,
vecchie ossa da accudire,
pavimenti duri a ispessire le ginocchia.
Casse di ore a curvare la colonna
che ora è una canna d’india,
vapori pesanti di cucina
a spegnere l’ebano dei capelli.
Lascia che io porti allora, nascosta sotto la veste
là dove l’ombelico tocca nell’anima
la dolcezza perduta di queste notti di splendore.
giovedì, 28 maggio 2009
Postato da biancabalena
Vorrei dire a tre persone che le sto pensando.
Ma non lo faccio. Non alzo la cornetta, non imposto nemmeno un Nuovo Messaggio. Perché sarebbe di due parole, la conversazione, il messaggio. Due sensate: ti penso.
E poi sarebbero dubbi, domande pesanti… pesanti, e questa pesantezza mi sfonda le spalle, mi preme proprio dove la gola si infossa, dove in ER ti aprono con un coltello da cucina e ci infilano una cannuccia per salvarti la vita, avete capito. Proprio in quel punto lì. Non un coltello, ma un dito che spinge, e il respiro si fa faticoso, rantolante.
Capire che puoi essere importante per un giorno, o un mese, o una settimana, e smettere di esserlo da un momento all’altro, questo sì, fa male, ma non come accorgerti che non serve un motivo, una fottutissima ragione perché questo accada. Che non dipende da te se non in minima parte, che non puoi niente, che non sei tu, a essere stata importante ma un fotogramma di te, svuotato, di poco peso, comodo da scaricare e da maneggiare.
Come tu non sei.
No, tu invece sei pesante, sei un file di grosse dimensioni: audio, video, e mica solo, no, hai più tracce tu di una pellicola cinematografica, tracce e sottotracce, e cartelle nascoste.
Ma tutto sommato, nelle attese ci stai bene, sempre stata. Ti fai compagnia da sola, non ti sfuggi, non ti innervosisce la tua stessa ingombrante presenza. Stai.
Stai bene? Che domanda idiota, si sta mai bene per il tempo necessario a dirlo? Dubito. Sto. Bene quanto si può. Con il cuore in gola per i troppi saliscendi, un po’ di nausea a tratti, quando la giostra gira troppo veloce, sogni così antichi che mi sono stancata di sognarli, desideri abortiti sul nascere e la consapevolezza di non sapere vedere la pienezza, di non saperla neppure concepire.
Instabile e frantumata sempre, non riesco a portare vestiti di un solo colore, c’è sempre qualcosa di stonato nell’immagine che vedo dentro alle vetrine, un dettaglio in ribellione con tutto il resto, o solo la paura negli occhi.
Paura che si veda, che sono inerme, che non so difendermi, che sono sola e troppo stanca, che mi aspetto sempre il peggio – colpa di mia madre – che il peggio lo saprei accettare sempre, che non so nemmeno sul serio odiare.
lunedì, 25 maggio 2009
Postato da biancabalena
La donna primitiva
Le ricerche della dottoressa ginecologa Pelotti espongono quanto segue:
“Quando una donna ha mastodinia, dolore al seno, pensa che é normale, specie se ciò avviene prima della mestruazione, non va a pensare che il dolore é legato ad una infiammazione intestinale, e non verifica che più cereali e amidi mangia più il seno si gonfia e fa male. La donna primitiva, che seguiva le leggi della natura, non aveva la sindrome premestruale, non aveva dolore mestruale, aveva una mestruazione scarsissima, una goccia di sangue, non portava il pannolone e non aveva male al seno, e qualora avesse avuto male al seno avrebbe collegato il dolore ad un cibo sbagliato che avrebbe provveduto a non ingerire più.”
Le mestruazioni e l’ovulazione sono processi differenti tra loro
L’ovulazione nella donna sana avviene senza mestruazioni. Queste, se avvengono in coincidenza dell’ovulazione non sono normali. L’astenia (debolezza) dei muscoli addominali contribuisce alla condizione emorragica delle mestruazioni che la donna sperimenta mensilmente. Dopo l’ovulazione, si verifica un ispessimento della mucosa che riveste l’utero (endometrio), dovuto alla preparazione al concepimento. Se questo non avviene, l’ispessimento si sfalda. Nella donna debole e tossiemica tale sfaldamento si accompagna ad un’emorragia dei sottili capillari che, attendevano l’eventuale concepimento. Nella donna sana il rivestimento mucoso si trasforma soltanto in una leggerissima perdita di muco, e la fitta rete di capillari si limita a diradare finchè, a seguito della successiva ovulazione, non si riproponga una nuova preparazione al concepimento.
La normale funzione ovulatoria non cessa con il cessare delle mestruazioni.
Gli animali mammiferi come l’uomo, hanno il ciclo?
Gli animali selvatici non hanno mestruazioni ma sono soggetti al periodo stagionale degli accoppiamenti, conosciuto come fregola, calore o estro, che di solito si verifica una o due volte all’anno, in primavera o in autunno (...). Sottoposti a condizioni di addomesticamento o di cattura, in allevamento o negli zoo, questi periodi sessuali diventano più frequenti e la congestione sanguigna nei genitali che accompagna questi periodi diventa più intensa, fino a manifestarsi come emorragia mestruale. La maggioranza degli osservatori oggi, conviene che la causa delle mestruazioni negli animali domestici è il cibo che ricevono dall’uomo.
Quando questi animali sono nutriti con naturali piante fresche che normalmente mangerebbero in natura, la mestruazione cessa.
L'articolo continua qui, con vari estratti da studi, scritti ecc:
Non escludo che possa essere delirio di folli, però quando leggo cose come:
L’olio non è sempre esistito. È esistito l’olivo e l’oliva.
L’olio è il prodotto della spremitura di un nocciolo, se no non commestibile, dell’oliva. Perché noi siamo obbligate ad usarlo? Come hanno fatto le donne prima del suo utilizzo, erano tutte “malate di amenorrea”? Come facevano se non potevano mangiare la pasta? La natura è stata davvero così poco accorta da averci progettato per mangiare cose così particolari da estrarre, da macinare, da cucinare, da ammazzare, per farci stare in ottima salute? Le verdure e la frutta cruda, così semplici e naturali da cogliere, sono davvero così pericolose se consumate da sole senza l’aggiunta di cibi modificati dall’uomo? È davvero possibile ammalarsi escludendo dalla propria dieta i cibi lavorati, macinati, lievitati, cotti, spremuti, dissanguati, triturati, fritti, addittivati, zuccherati, salati, e infine conditi dall’uomo?
Non è più probabile che qualcuno abbia interesse a mantenere ignoranti le donne su questo argomento, a far continuare loro la vita di ogni giorno fatta di assorbenti, moment, pillole, slim fast, riviste dietetiche, indisposizioni varie, cliniche per dimagrire, libri di cucina, problemi di donne di cui parlare, scuse per non fare, motivi per essere considerata più debole
Confesso che a me il dubbio viene. (Sarà che ogni mese arriva un giorno in cui incrocio lo sguardo di qualcuno e ringhio una frase tipo "non è possibile dover stare così da schifo, non è naturale!")
Leggetelo, sorelle, e ditemi se viene anche a voi.
venerdì, 22 maggio 2009
Postato da biancabalena
“Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo.”
Questo l’incipit dell'ultimo romanzo di Andrew Sean Greer: La storia di un matrimonio.
Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo, frase che torna, come un refrain, più volte, tra le pagine.
Crediamo di trovarci di fronte a una storia semplice, piana.
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, una brava ragazza del Kentuky, Pearlie, si innamora di un coetaneo, compagno di liceo, Holland. Quando Holland va a fare il suo dovere di bravo americano al fronte, i due si perdono di vista, per poi ritrovarsi su una spiaggia di San Francisco. Lui provato dalla guerra, lei che offre, senza sapere nemmeno bene perché, senza sapere quasi nulla di ciò che è stato di lui in quegli anni di separazione: “lascia che mi prenda cura di te”.
La frase giusta, quella che Holland forse ha bisogno di sentire. Tanto che a breve (brevissimo) sarà lui a chiedere a Pearlie di sposarlo.
Pearlie e Holland si sposano, vanno a vivere in una casetta ereditata da due eccentriche zie, e mettono al mondo un figlio.
Una storia prevedibile, liscia come il mare in un giorno di bonaccia, sulla cui superficie però si alzano dal nulla piccole onde, impossibile non notarle, per quanto sapientemente mascherate dai giochi di luce in cui l’autore è abilissimo.
C’è quello strano discorso delle due zie, per esempio, che sembra voler mettere in guardia Pearlie dallo sposare Holland, parole lasciate cadere fuori dai denti: un male oscuro, problemi al suo cuore, un cuore inverso, non c’è rimedio, dicono, ora va meglio, ma non c’è rimedio.
Ma Pearlie non vuole stare a sentire. C’è una vita che l’aspetta, una vita vicino al mare, nella vecchia casa delle zie, da rendere soffice come un nido, c’è il suo uomo bellissimo da proteggere, e lei lo farà, ritaglierà dai giornali tutte le brutte notizie, tutto quello che potrebbe turbare il cuore delicato di Holland, e poi c’è il suo bambino da crescere, una meraviglia che nemmeno la poliomelite potrà guastare, un piccolo angelo silenzioso che si diverte standosene buono buono sotto il tavolo, e c’è persino un cane che non abbaia, scelto apposta di una razza così, silenziosa.
C’è questa lucida catena che Pearlie tiene bene oliata, in cui tutto scorre senza incontrare attriti, una catena che può avere il nome di vita, o di amore, chissà. Che scorre dentro un solco perfetto, riparato, insonorizzato.
C’è, però, quel cuore inverso.
C’è l’insonnia di Holland, ci sono i suoi silenzi.
Ci sono quelle finestre nere lasciate nei giornali, chiuse in una scatola, a narrare di una società inzuppata di una paura assassina, che vede nemici ovunque.
C’è, in un placido pomeriggio di primavera, l’arrivo di Buzz Drumer.
Buzz, lo sconosciuto alla porta.
Dentro, il silenzio morbido, la sveglia che sussurra, il campanello che tuba, il cane silenzioso, il bambino fragile angelo, i giornali depurati dal male del mondo.
Fuori questo sconosciuto ricco, bello, biondo, che si presenta come un vecchio amico di Holland, che sa di Pearlie, e di Sonny, che porta dei regali per i compleanni ancora a venire.
Si manifesta già qui, su quella soglia inondata dal sole, il grande tema del romanzo: la scelta.
Inventare una scusa, tenerlo fuori e sprangare le finestre, o lasciarlo entrare?
Pearlie ha poco tempo per decidere, troppo poco per dare un nome al brivido che sente. Alla fine la sua buona educazione e la curiosità prevalgono: invita Buzz ad entrare.
Dopo un momentaneo imbarazzo di Holland nel trovarsi nel salotto di casa quest’uomo uscito dal suo passato, tutto sembra andare nel verso giusto, l’arrivo di Buzz porta una ventata di aria fresca in famiglia. La sua presenza diventa sempre più familiare, le occhiate sospettose dei vicini sono eventi di cui sorridere o scherzare apertamente, lo strano scapolo ricco a cui manca un mignolo diventa un ospite fisso.
Questa stabilità (che intuiamo apparente, perchè non dimentichiamo i giornali tagliuzzati, le camere separate per Holland e Pearlie, le bizzarre affermazioni delle zie) non è destinata a durare, naturalmente.
Ci aspettiamo la detonazione, e infatti arriva, sotto forma di una confessione sconvolgente che Buzz fa a Pearlie, e di una successiva richiesta, ancora più inaudita.
Solo a questo punto, e nella luce tetra gettata da quella rivelazione, veniamo a sapere che Pearlie è sì, l’incarnazione della perfetta housewife americana, ma è anche nera, che la famiglia di Pearlie e Holland è l’unica composta da neri in una comunità di bianchi, (nell’America razzista degli anni ’50) e allora c’è chiaro il suo sentirsi sempre osservata, giudicata, fuori posto.
Anche Pearlie ora sa, conosce almeno in parte di ciò che il suo adorato marito le nasconde, ed ecco che tornano fuori tutti quegli articoli ritagliati dai giornali, quelle notizie che parlano di uomini arrestati per offesa al pudore, per aver manifestato “desideri devianti”, un soldato bianco assolto dopo aver cavato gli occhi a un soldato nero che gli aveva proposto un “abietto atto perverso”, croci che bruciano nei giardini dei neri, la polizia che fa buchi nei solai per spiare gli americani nella propria camera da letto.
Ecco che all’improvviso non le sembra di avere altra scelta, se non quella di assecondare la richiesta inaccettabile di Buzz Drumer; per amore, per proteggere suo figlio, perché non sa trovare in se stessa le armi per opporsi.
Come un’infermiera che scopre che nella notte i suoi pazienti sono scappati, e non sa farsene una ragione, Pearlie continua a perpetrare i suoi riti, a mantenere la superficie dell’esistenza liscia e luminosa, mentre al di sotto si agitano i fantasmi, mentre emergono, piano piano, gli scogli, molti dei quali aguzzi, che stavano celati sotto il pelo dell’acqua.
Molti segreti saranno svelati, durante i sei mesi in cui Pearlie e Buzz diventano in qualche modo complici, in qualche modo amici anche, alleati in un’impresa folle e dolorosa, una rivelazione seguirà l’altra, alcune davvero spiazzanti.
Segreti che non ha senso svelare, per non sciupare la sorpresa ai lettori, innanzitutto, e poi perché questi misteri, e le riflessioni che scatenano, i dubbi vissuti da Pearlie nel suo salotto, e le discussioni clandestine con Buzz, protetti dalla nebbia del pontile, paradossalmente non svelano il mistero maggiore, non svelano Holland.
Cosa vuole, davvero, Holland? Cosa desidera davvero? Nessuno sembra saperlo davvero, e anche il lettore è costretto a fare delle ipotesi, a crearlo con i propri mezzi.
“L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se l’abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo alle lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo. E meno lo conosciamo, più l’amiamo, ovviamente.”
Alla fine tutti crediamo di conoscere la persona che amiamo, ma questo non elimina la distanza, incolmabile, forse, che ci separa dalla sua essenza, dall’inconoscibile.
E anche Holland, che in un passaggio è definito come uno specchio, Holland così bello e fragile, apparentemente incapace di gestire il desiderio che suscita negli altri, se non adattandovisi come l’acqua al suo contenitore, alla fine farà la sua scelta.
Una scelta muta ma non meno decisiva, perché, alla fine, Greer , nelle parole della sua docile Pearlie, ci ricorda che un uomo si giudica per quel che fa, non per quel che dice.
Da sottolineare la bellezza della scrittura di Andrew Sean Greer, che intinge la penna in una tavolozza prodigiosa, riuscendo a creare paesaggi di ineffabile, placida bellezza nei quali però, inevitabilmente, senza riuscire a spiegarcene la ragione, avvertiamo un senso fisico di oppressione, ci sentiamo soffocare.
Il finale – forse poco credibile, almeno per i cinici, ma l’incredulità si sospende volentieri, per una storia così bella – ci fa l’effetto di una finestra che finalmente viene spalancata.
(Andrew Sean Greer La storia di un matrimonio ed. Adelphi)