giovedì, 15 maggio 2008, ore 19:53

Ridistribuire i nomadi.

L'ho sentito stasera al tg. Uno, non importa quale, tanto sono tutti uguali.

Mi ha fatto impressione questo "ridistribuire" che taglia fuori ogni scelta, ogni libero arbitrio, ogni umanità.

Ridistribuire.

Pensateci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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biancabalena

giovedì, 15 maggio 2008, ore 08:49

Raccomandata alla Posta da ritirare

Prenotare appuntamento all'officina x la cinghia dell'auto da cambiare.

Telefonare all'amministratore.

Cercare ricetta torta che hai promesso per il mercatino di fine anno a scuola.

Fare la spesa.

DEVI stirare!

Sentire Asl per il passaporto del cane.

Il documento della piccola sta per scadere: ricordati di rifarlo prima delle vacanze!!

Verifica orari dei treni per Rovereto per venerdì prox.

Ricordati di avvisare C che non potrai andare alla sua festa domenica. (devi farlo da tre giorni!!)

Rispondi alle mail arretrate.

Deciditi a fare il cambio degli armadi.

Ricordati le scadenze dei libri della biblioteca

Chiedi a tua madre di tenerti i bambini venerdì.

Ricordati che lunedì viene il tecnico della caldaia (sgomberare per allora il casino che ci sta davanti!)

...

 

 

biancabalena

lunedì, 12 maggio 2008, ore 12:32

Scarico le mie foto recenti, mi innervosisco e tante le cancello. C’è qualcosa che mi dà fastidio, nella mia immagine, qualcosa che va oltre le considerazioni estetiche, e le occhiaie, e la pelle pallida, e quelle palpebre pesanti che non ho mai sopportato.

No, sei tu.

Lo capisco un secondo prima di cliccare sull’ennesimo ELIMINA, mi fermo, mi guardo, in primo piano, e ti vedo, vedo quella piega amara, quella strisciante persistente insoddisfazione, quella rabbia sotto pelle.

Squilla il telefono e sei tu, come chiamata, proprio in questo istante, mentre scrivo di te. Mi trovi più gentile del solito, ti invito anche a cena, forse, ma tu non lo saprai mai, per risarcirti del dolore che ti darebbe, sapere che sto scrivendo del mio fastidio che mi prende, quando mi accorgo di assomigliarti.

Mi hai insegnato che gli slanci non stanno bene, e a parlare sottovoce, ad aspettare tranquilla, mi hai insegnato che il tempo degli altri vale molto, e che il nostro quasi niente (l’ho scritto anche in un libro questo, chissà se ti sei riconosciuta), che non bisogna mai farsi aspettare, urlare troppo forte, abbracciare troppo a lungo.

Hai provato a insegnarmi che la casa deve essere tenuta sempre in ordine, come se dovesse arrivare qualcuno, ma che la gente in casa fa confusione, per cui è meglio non invitare nessuno. Hai provato a insegnarmi l’orrore per la polvere, la condanna per ogni atto di vanità (una volta mi hai dato uno schiaffo perché mi rimiravo allo specchio, te lo ricordi? Poi mi hai fissata, in imbarazzo, quasi che ti domandassi da sola perché l’avevi fatto) , il rispetto per le convenienze, mi hai detto “cosa diranno i vicini se ti vedono rincasare con un ragazzo?”, hai detto che le persone che fanno del male agli animali sono terribili, ma una volta, mentre io dormivo, hai preso i miei gattini e li hai buttati via.

Tu diresti che non erano miei, i gattini. Qualcuno li aveva lasciati nel nostro giardino, spinti attraverso la ringhiera.

Proprio lì sta la frattura insanabile tra noi. Questo per me, allora e oggi, significa che erano nostri, che avremmo dovuto prendercene cura.

Per te invece significava che qualcuno ce li aveva rifilati, e che non avevamo nessun obbligo verso di loro, e che, anzi, il fatto che te li avessero cacciati in giardino ti dava il diritto di liberartene.

Così hai fatto. Li hai portati in fondo alla strada chiusa, tra le sterpaglie. Mi hai detto che erano scappati.

Non ti ho creduta, erano così piccoli.

Non ti ho dato tregua per giorni, finché hai confessato.

Erano tutti morti, quando sono andata a riprenderli. Tutti tranne uno, con il ventre gonfio, gli occhi chiusi dal pus, una zampina rotta, forse per un calcio (non tuo di certo,  di qualche ragazzaccio che tu condanneresti, tu che hai lasciato gattini indifesi là da soli).

Ho assistito alla sua agonia durata giorni.

L’ho vegliato, nella scatola di cartone nella quale mi avevi concesso di riportarlo a casa, pensando che il mio amore avrebbe potuto salvarlo, come l’amore di Heidi salvava i suoi uccellini feriti nei cartoni in tv.

Non è bastato (e tu non avevi soldi da buttare per un veterinario).

Mi è morto in grembo, e io l’ho seppellito, il gattino che tu avevi condannato a morte.

Non lo dimentico.

Quel giorno hai cessato di essere la mia Fata Madrina, quel giorno ho capito che ami solo quando devi, quel giorno forse ho cominciato a smettere di amare te. O almeno questa è la storia che mi racconto.

Quando ho voglia di pensarci, e non ne ho quasi mai.

Quando, per esempio, noto quella piega amara che, nonostante la mia casa disordinata e sempre aperta alle intrusioni, nonostante i miei vestiti così diversi dai tuoi, nonostante il mio darmi da fare in tutte le direzioni che tu non hai mai percorso, mi hai inciso sul volto, la noto e vorrei poterla cancellare, come cancello le foto nelle quali la vedo di più.

E poi ti invito a cena, per chiederti scusa dell’amore che non sento.

 

 

 

biancabalena

sabato, 10 maggio 2008, ore 08:47

torino 2007torino 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cosa è cambiato è piuttosto evidente:

- il libro

- la compagnia (anche se la rossa di spalle nella prima foto è una piacevole, dolce conferma :-) )

 - la pettinatura

- il colore dei capelli

- le rughe

- la borsetta

- le scarpe rosse

Cosa è rimasto uguale?

A questo penso, proprio adesso.

Buon fine settimana a tutti.

(so che alcuni aspettavano un resoconto dettagliato, però una delle mie regole d'oro è: non fare sempre quello che gli altri si aspettano da te, per cui dirò solo, per ora, che è andata bene, che sono molto felice di avere conosciuto altre donne interessanti - quelle con me nella foto - e di averne riabbracciate altre - Maria Giovanna e Milvia - e che era importante, comunque, essere là. Poi magari qualcosa dirò in seguito, "a spizzichi e bocconi")

biancabalena

martedì, 06 maggio 2008, ore 14:35

Ma davanti a un'onda troppo grande, la cui volta sembrava più che una semplice estasi di schiuma che pioveva sopra la meravigliosa forma delle sue mani, un'onda la cui concavità sembrava più che un utero momentaneo in cui giacere per la frazione di un secondo, la durata di un orgasmo, egli sedeva come una scatola segreta cinese con una superficie che non rivela alcuna possibilità di apertura alle infiltrazioni della tenerezza né all'inondazione della passione, e allora il grande impulso di lei si fratturava con uno strano dolore in una moltitudine di piccole onde coronate con frivole paillettes di sole, segretamente vergognosa di questa selvaggia sproporzione nei confronti del giovane uomo che stava seduto lì, a offrire tutto quello che possedeva - la sua mascolinità intermittente, i suoi sogni più estesi e la paura delle proprie espansioni, la sua maturità così come la paura di tale maturità che lo conduceva fuori dai giardini dell'infanzia.

(Anaïs Nin _ Figli dell'Albatros)

biancabalena

lunedì, 05 maggio 2008, ore 11:44

Lui e lei. Austriaci (da targa della vettura-casa?). In vacanza?
Chissà.
Per quasi dieci giorni li vedo, parcheggiati sul lungo mare, lei capelli biondo platino, occhi bistrati neri sopra sotto dentro e fuori, cosce enormi esposte, vene azzurrine in vista, mentre pigramente legge o prende il sole sul materassino gonfiabile che di notte “parcheggiano” sotto l’auto, una utilitaria di quel rosso scuro che butta sul marrone, lui, ventre a botte, baffo lungo ritorto grigio acciaio.
Sotto l’auto, assieme al materassino, una cassa di birra, lattine da mezzo litro, piena la mattina, semivuota la sera, di nuovo piena la mattina. Dentro l’auto il resto della spesa, che portano avanti e indietro con un carrello preso in prestito al supermercato.
Sono in vacanza, sono fuggiti, sono vagabondi, vivono così, in macchina, per le strade d’Europa, o del Mondo? Chi lo sa. Giovani non sono di certo, in età da pensione è possibile.
Forse volevano solo regalarsi una vacanza in Italia, ma non avevano i soldi per un albergo, o per un campeggio. Forse hanno lasciato il loro bilocale incastonato in un caseggiato popolare austriaco, hanno lasciato le padelle annerite e l’odore di crauti, e il copriletto con disegni marroni e verdi in stile anni sessanta, e i tappetini pelosi del bagno, rosa (lei di certo li vorrebbe rosa confetto) e sono partiti con la loro automobile vecchiotta e pochi euro in tasca, e affanculo la dignità. Intanto dormono davanti al mare, in una macchina color sangue secco ma davanti al mare. e come scrisse Izzo, “davanti al mare la felicità è un’idea semplice”.
Io li saluto ogni mattina, un giorno li ho anche incrociati sul molo all’approdo del traghetto, in città. Tirati a lucido, lei più truccata che mai, lui addirittura con una camicia, andavano a spasso, mi hanno sorriso con l’incompleta corona dei denti tutta esposta, mi sono sembrati contenti davvero.
Sarà forse che, come scrisse Izzo “davanti al mare la felicità è un’idea semplice”.
 
Poi.
Ho letto due libri. Uno mi ha interessata e mi ha fatto mettere in discussione molte cose che mi sono “capitate” nella vita, come capita il vento o la grandine, pensavo, e invece adesso le riprendo in mano, ci rifletto alla luce di, e capisco che c’era di più. Assai di più.
Ne parlo qui, di quel libro. (e consiglio in special modo alle donne di andare a dare un'occhiata, che l'argomento è davvero importante, oltre che scomodo)
 
L’altro, l’altro è un’altra faccenda. Ne dovrò dire, per forza, ho bisogno di dirne, ma il “come” è tutt’altro che semplice. Perché conosco l’autrice, e so che parlarne come vorrei (e quanto vorrei!), come sarebbe nelle mie corde se non la conoscessi, potrebbe paradossalmente ritorcersi contro la credibilità di quel libro, dato che tutti sanno che invece la conosco (abbiamo “addirittura” aperto un blog assieme, qualcuno mi ha ricordato giorni fa, con il tono con cui si direbbe che siamo andate a convivere… ma vabbè). A lei ne parlerò in quei toni lì, quelli che vorrei usare per parlarne a tutti, ma a voi che mi leggete dovrò parlarne in un modo che lasci l’ammirazione, la mia emozione nel trovarvi tanto dell’amica che stimo (ma meno di quanto vi avrei trovato se non la conoscessi, direi, che l’amica è un’abilissima costruttrice di sogni e di visioni così vere da essere completamente inventate) un po’ sotto la superficie, dovrò parlarne (perché voglio farlo, non perché qualcosa o qualcuno mi obblighi a farlo, anzi) in modo da “dirne” veramente, con una serietà che non mi appartiene di solito, quando scrivo di libri di autori che non conosco umanamente, e lo faccio mettendoci un po’ di tutto, e molto, davvero molto di me.
Ma in questo caso sento la necessità di tenermi da parte, di usare solo una metà del cervello, quella in cui non alberga l’emotività (e non mi ricordo mai se è la destra o la sinistra…)
 
Ultima cosa:
 
Sarò al Salone del libro di Torino giovedì (8 maggio) e, più precisamente:
 
alle 16.30 nello Spazio autori A, assieme alle autrici Fiorenza Aste, Sara Cavarero, Stefania Lusetti, Marinella Saiu e MariaGiovanna Luini
e
alle 18.00 allo stand di Michele di Salvo Editore (pad 2 stand J133) a togliere un po’ di polvere dal mio primo libro, (che, per chi non lo sapesse è all’origine di questo blog e ne ha determinato fatalmente il nome) non so ancora come, se parlandone, leggendone un po’, seducendo i passanti… insomma, si vedrà sul momento.
In ogni caso comincio a dirvelo. Poi magari ne riparlerò in questi giorni. Mi auguro di incontrare qualcuno di voi, come è accaduto l’anno scorso.
(ecco, cercando il post su Torino dell’anno scorso per metterlo nell’ipertesto, finisco inevitabilmente con il rileggerlo. Avevo scritto di me, ma anche di Declinato al Femminile e di Francesca Mazzucato. Un anno fa la sentivo parlare, in attesa di andare ad abbracciarla di persona per la prima volta – prima solo qualche mail, e scambi di impressioni di letture- e guardavo l’autrice che presentava il suo primo libro con lei, Sara Tarantino, e mi dicevo che avrei voluto essere al suo posto. Un anno fa. “Il cerchio imperfetto” non era nemmeno stato scritto, forse solo l’abbozzo di un capitolo o due, anzi. E quest’anno mi dico che devo essere contenta, visto che sarò là dove avevo voluto essere. Anche se le cose si rivelano sempre un po’ diverse, una volta che ci sei dentro, da come le vedevi da lontano, attraverso la lente del sogno. Però bisogna concedersi di essere contente, ogni tanto, nonostante tutto. La malinconia per quello che poteva essere e non è stato ce la portiamo dentro e si va avanti.Ogni partenza, ogni nuovo viaggio vale la pena, l'ho detto e lo ripeto, ci credo.)
 
buon lunedì a tutti
biancabalena

giovedì, 24 aprile 2008, ore 12:35

Valigie da fare. Mi sembra di non smettere mai di farle, di trasferire abiti e oggetti da un contenitore all’altro, come in un gioco di travasi, sempre.
In automatismo accatasto pantaloni piegati, in quattro, gonne in due, magliette trucchi pochi gioielli, le scarpe sul fondo. Ho levato alle partenze ogni loro rituale, potrei partire in mezz’ora, alzarmi dal divano, montare un bagaglio adatto e uscire di casa.
La magia della partenza è stata troppo diluita, se ne è perso il sapore, omeopatia della partenza si potrebbe dire, ogni giorno qualche goccia, per stemperare il suo potere distruttivo o salvifico. Partire e basta. Andare. Senza poesia, senza saluti, senza baci e abbracci.
Sarà per questo che certi abbracci li ricordo, certi baci.
In aeroporto, a Parigi, dopo tre giorni passati insieme, dormendo nello stesso letto senza sfiorarci – amici si era detto, non? – in aeroporto, il volo per Milano già chiamato, un abbraccio strettissimo, che stringesse tutto quello che non saremmo mai stati, un bacio, sulla bocca, nella bocca, il primo, o come fosse il primo, diciamo (il primo dopo la parentesi siamo solo amici ora, n’est pas?, ecco) , un abbraccio, restato inspiegato e silente, un’altra volta, un altro uomo (cosa volevi dire? lo dirai, mai, tu? no che non lo farai), un bacio all’alba, su una immensa spiaggia spagnola su cui ci eravamo rotolati per gran parte della notte, un bacio feroce, non ci rivedremo più, lo so, con il tuo sapore nella bocca, quanto si può passare con un uomo leccandosi e accarezzandosi e prendendosi senza mai dire una parola?, non più di una notte, io credo, una notte che conservo, occhi blu, la conservo come un regalo prezioso, non credere, anche se non sono venuta a cercarti mai. Abbracci. Volti. Odore di fumo.
Carezze, una lieve sull’avambraccio bollente,  mentre ti portavano via, di nuovo, le guardie penitenziarie, una carezza di cui non mi domanderai, spero, mai, i tuoi occhi rossi di pianto, la barba lunga, i capelli anche, ti ricordo, nell’unico attimo in cui siamo stati davvero vicini come non saprai mai, ti ricordo augurandoti buona fortuna.
Mescola le carte, la partenza, questo è il suo gioco, e me lo godo, ogni abito un ricordo, ogni abito un pensiero, mi volevi ma non per la vita, non te l’avevo chiesto, ecco, di questo mi dispiace, viso di angelo che guardavo incantata attraverso un vetro, questo non te l’ho chiesto, quella notte in macchina non avresti dovuto portarmi in giro per locali e ristoranti, e soprattutto non avresti dovuto riaccompagnarmi a casa, non volevo farti del male, io ti ho creduto, ma non me ne avresti fatto, soltanto volerti così tanto faceva male, averti sarebbe stato dolce, anche solo per quella notte, non avrei mai avuto l’ombra di un rimorso, te lo direi se ti incontrassi, giuro, o almeno lo vorrei, potertelo dire.
Le calze non le porterò, voglio che faccia caldo ormai, oppure avrò freddo ai piedi, che importa, corro il rischio. Vado e scordo, troppo in fretta, ma ci sarà il viaggio. Volti che spuntano dalla linea continua degli alberi a bordo strada, volti che incontrerò, occhi in cui mi fermerò, un attimo, il tempo di succhiare una goccia d’amore che mi faccia tremare, un fremito che diventerà, lo so, parole nuove.
biancabalena

mercoledì, 23 aprile 2008, ore 11:36

 

Il titolo del post sembra un gioco di parole e infatti lo è, in un certo senso. Per capire in che senso vi invito a leggere questa intervistina che ho fatto a Caterina Cavina, autrice di questo libro che sta spopolando.

Intelligente quanto dissacrante. Ve la consiglio.

 

 

 

biancabalena

martedì, 22 aprile 2008, ore 11:02

Ritorni.

Com'è sciocco aspettarli.

Un passo avanti all'altro, mai guardare indietro, quante volte me l'avranno ripetuto?

Non aspettarti niente,

non chiedere niente

non desiderare

non sperare

vivi

un passo avanti all'altro

è già abbastanza

biancabalena

lunedì, 21 aprile 2008, ore 14:34

Si stima che il ritardo diagnostico per riconoscere l'Endometriosi su una donna sia di 7/9 anni di media.
Si stima che una donna debba girare 4/5 ginecologi prima di trovare quello che le faccia smettere gli psicofarmaci e le dica finalmente che il suo problema non è l'ipocondria, ma l'Endometriosi.
3.000.000 di donne in Italia soffrono di Endometriosi
14.000.000 di donne in Europa soffrono di Endometriosi
150.000.000 di donne nel Mondo soffrono di Endometriosi.
Non sono solo numeri. Sono donne.

Non so voi, ma io leggendo questi dati sono rimasta colpita. 7/9 anni e 4/5 ginecologi per avere una diagnosi mi sembra pazzesco. Mi pare che ci sia un grave buco di informazione, cui si deve sopperire come si può, visto che ne va della salute di così tante donne. Vi invito a leggere qui:

http://declinatoalfemminile.menstyle.it/archive.php?eid=98

per capire innanzitutto di che si tratta, e poi per aiutare queste donne nella loro battaglia, che è quella, prima di tutto per ottenere il riconoscimento sociale della loro malattia, e di conseguenza ottenere che si lavori concretamente perchè questa malattia venga conosciuta da tutti i medici, e affrontata nel modo giusto. Non mi sembra che sia chiedere molto, no?

Il sito di riferimento, per tutte le informazioni è questo:

http://www.apeonlus.info/

Forza, diamoci da fare. Ne va della nostra salute, nostra, delle nostre amiche, e delle nostre figlie e nipoti.

sabrina

biancabalena