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Il profilo di Sabrina Campolongo
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Disclaimer
Certe notizie mi lasciano sgomenta.
Immagino la scena, se fosse mia figlia a raccontarmi che da domani ci sarà una scuolabus a parte, per i bambini rom.
Solleverei le sopracciglia,
─ No, tesoro, hai capito male.
Sono certa che lo direi. Hai capito male, perché non è credibile, non è nemmeno pensabile che qualcuno qui e ora (Italia- Europa- Occidente- 2008!) possa proporre e votare una mozione del genere, senza sentire, senza essere soffocato anzi, dalla puzza di leggi razziali, di stella di David, di apartheid.
E invece no, non solo qualcuno l’ha fatto, ma questo qualcuno è perfino di Rifondazione comunista!
Ma dove stiamo andando?
Altro che dimissioni! Da questo signore, tale Lucio Conte, consigliere del VII Municipio di Roma, bisognerebbe pretendere pubbliche scuse, non solo alla comunità Rom, ma anche a tutti quelli che l’hanno votato, e che hanno votato Rifondazione comunista alle ultime elezioni! Per il danno di immagine, e per la vergogna.
E pure a quel tale Roberto Mastrantonio (Presidente del VII, dalle schiere dei Comunisti(?) Italiani), che prima concorda con il suo consigliere questo procedimento vergognoso, e poi però si defila, (si defila!) al momento del voto.
E si chiede pure “ma se si determinano condizioni di ingovernabilità che facciamo?”
Ma te l’abbiamo chiesto noi di occupare quella poltroncina, per la miseria?
Se non sai che cosa fare, scegliti un altro mestiere e lascia il posto a qualcun altro!
Come se poi problemi del genere non ci fossero mai stati! Nella mia scuola non c’erano (almeno che io ricordi) bambini rom, ma ricordo che lo scuolabus era comunque un luogo di sbrago e di battaglie.
I bulletti _ quelli che di solito occupano l’ultima fila, piedi sullo schienale del sedile davanti _ che danno fastidio agli altri, non ci sono da sempre?
Nella mia scuola, all’inzio degli anni ottanta, erano quelli delle case popolari. Il perché è ovvio: dove sta il disagio si impara la prevaricazione, si impara la legge della sopravvivenza a scapito dell’altro, si impara che si schiaccia o si viene schiacciati, si impara la violenza, si impara l’odio per chi sta meglio, per chi quei problemi non ce li ha, si mangia pane e rabbia, e paura, ogni giorno.
Non che i figli di papà siano immuni dal bullismo, anzi (!), ora che frequento la scuola come madre, ho inquadrato una serie di elementi, dai nomi stranieri spesso, ma non per provenienza geografica quanto per slanci di fantasia genitoriale (i vari Jason, Brandon, Kevin, Michelle, Jessica…) cui farei davvero volentieri un bel discorsetto a quattr’occhi!
I bulli ci sono, e se tuo figlio è una vittima ti preoccupi, è chiaro. (e io lo sono stata, una vittima, tante volte, alle elementari e medie, per cui so come si sente, ad avere paura della campanella dell’intervallo)
Stai in ansia, e ti incazzi anche, quando scopri che in uno scuolabus (che quanto terrà: 30 bambini??) ci sono ben due educatori, che non non sono in grado di mantenere l’ordine su pischellini di dieci anni!
Ma la soluzione non può essere quella di discriminare. Tanto vale proibire ai ragazzini rom di andare a scuola, a questo punto. Perché dire loro che devono farlo su un autobus diverso vuol dire arrendersi. Vuol dire da te non ci aspettiamo niente di buono, vuol dire qui a scuola non ti vogliamo, vuol dire torna a chiedere la carità ai semafori, torna a borseggiare la gente sull’autobus, torna nel tuo ghetto fangoso e restaci.
E dopo questo, a che serve chiedere (al secondo punto della stessa mozione) “maggior sostegno scolastico all'insegna dei diritti universali riconosciuti a tutti i bambini”, oltre che a salvare una vuota, desolatamente vuota, apparenza?
Se una soluzione c’è, se c’è un modo vero di stringere un legame con la comunità rom senza sopraffarla, è nella scuola, quella scuola che dovrebbe prima di tutto educare. Che dovrebbe spiegare, confrontare, che dovrebbe crescere individui con una coscienza civile, futuri cittadini desiderosi di fare meglio dei padri, meglio di quelli che rubano, e meglio di quelli che discriminano.
Ma forse è proprio questo che manca.
Chiudo questa mia riflessione odierna con una piccola nota di speranza, perché qualcosa, piccolo, ma qualcosa c’è, in giro per questo Paese impazzito (oltre alle dimissioni di quel consigliere, e oltre alla cestinazione, spero immediata, di quella richiesta discriminatoria). Anche qui si parla di uno scuolabus riservato ai bambini rom, ma non per separarli dai “santi” bambini italiani, al contrario, per non lasciarli soli e isolati, quando il campo è stato piazzato troppo lontano per permettere loro di raggiungere la scuola a piedi (chissà perché non mi stupisce), e per assicurarsi che a scuola ci vadano sul serio, tutti i giorni:
http://www.migranti.torino.it/Documenti%20%20PDF/scuolabus.pdf
E... senza commento:
Khorakhanè ( tribù rom di provenienza serbo-montenegrina)
(a forza di essere vento)
Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento
porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace
i figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via
e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere
ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare
e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio
Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
(Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna)
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
(perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà )
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti
(sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali)
Fabrizio De Andrè
