Postato da biancabalena alle 14/08/2008 10:01 del giovedì, 14 agosto 2008
Quasi stregoneria
La donna è seduta da almeno venti minuti, quando l’uomo si fa strada tra gli spalti, chiedendo scusa per le ginocchia e i cappotti sfiorati.
Lei solleva la testa a guardarlo solo quando le è a un passo.
— Ce l’hai fatta. — dice.
— Già.
La donna solleva una giacca pesante verde militare e una sciarpa di lana arancione posati sul sedile accanto al suo e se li mette sulle ginocchia.
L’uomo allora si siede.
— Sono arrivato troppo tardi?
— No. Hanno cominciato le piccoline. La Babi è nell’ultimo gruppo.
L’uomo sorride, levandosi il cappotto.
— Il gran finale!
— Avrà anche un pezzo da solista.
— Lo so, lo so. Questo me l’ha detto. Dev’essere diventata proprio brava.
— Sì, quest’anno è come se si fosse sbloccata. Gabriella è molto eccitata, non fa che ripetermi che ha fatto progressi sbalorditivi.
Il sorriso dell’uomo si allarga. Annuisce più volte, con lo sguardo alla pista, dove bambinette di quattro o cinque anni si inseguono sui pattini a rotelle, formando un serpente sinuoso.
Per un po’ seguono lo spettacolo in silenzio.
— E tu come stai?
È lui a domandarlo. L’uomo che si chiama Francesco, che è un medico, un chirurgo, e che è l’ex marito della donna.
— Sto bene — dice lei. Che si chiama Grazia e che fino a qualche mese fa avrebbe detto soltanto di essere un’insegnante. Ora invece, almeno nella testa, o a voce bassa, sente di poter aggiungere che fa la scrittrice.
Sto bene, dice soltanto. Francesco non indaga oltre. Aspetta che sia Grazia a dire qualcosa, se ne ha voglia. Negli ultimi due anni non ne ha mai avuto voglia.
Stavolta invece lei riprende il discorso.
— Sai, — dice — ho pensato che puoi presentarmi la tua donna.
Non lo guarda mentre lo dice. Però sa lo stesso che lui si è voltato e che la sta fissando. Il suo stupore inzuppa il silenzio.
— Non che voglia che diventiamo amiche, — aggiunge, anche per dargli il tempo di metabolizzare la novità — ma non ha senso che aspetti in macchina ogni volta che vieni a prendere Barbara.
A questo punto lo guarda in faccia.
— Sei tu che finora…
— Lo so, lo so. Per questo adesso sono io che ti dico che puoi anche farmela conoscere.
— Posso… posso chiederti cosa ti ha spinto a cambiare idea?
Francesco sembra a disagio. La sua voce è incerta, titubante. Quella di Grazia, quando gli risponde, invece è ferma e tranquilla.
— Niente in particolare. È solo che ora vedervi assieme non mi fa più effetto.
— Ah.
Tornano a guardare lo spettacolo. Le bambine più piccole stanno salutando il pubblico con un inchino. Francesco e Grazia applaudono con calore, come tutti gli altri.
— Hai… ti sei… hai incontrato qualcuno? Certo non hai il dovere di…
— No.
— Ah.
Un nuovo gruppo di bambini entra in scena. Sono appena più grandi e scivolano sul parquet della palestra a coppie, tenendosi per mano.
— Come sono carini… — dice Grazia, sorridendo.
— Sì.
Francesco replica distrattamente. Sembra soprappensiero.
— E quindi? — chiede, infatti.
— Quindi cosa?
— Quindi cosa è successo?
Grazia si stringe nelle spalle.
— Niente, cosa vuoi che sia successo? Non avrai mica pensato che avrei sofferto per il… per te, in eterno?
— No. Certo che no.
— Credo di averti esorcizzato, ecco tutto.
L’ultima frase di Grazia è arrivata dopo una pausa di silenzio. Francesco la guarda con curiosità.
— Questa me la devi spiegare.
— Ho scritto un libro, non so se lo sai.
— Sì, certo che lo so.
Grazia continua come se lui non avesse parlato.
— E questo libro me l’hanno anche pubblicato, se ti dovesse interessare. In ogni caso, dentro quel libro, nelle storie che ho scritto, ci ho messo tutti i sentimenti negativi e… positivi che nutrivo nei tuoi confronti. Ho buttato fuori tutto e adesso sto bene. Tutto qua.
Ma forse non è tutto là, perché lei riprende a parlare senza dargli il tempo di intervenire.
— In quelle storie, attraverso i miei personaggi, ti ho amato, e ti ho odiato, e ti ho punito e ti ho persino ammazzato…
— Addirittura?
— E, quando sono arrivata in fondo, quando ho scritto la parola fine, l’ho scritta per davvero, non soltanto nella finzione. Per questo ti ho parlato di un esorcismo: è stato quasi un rito magico, quasi… stregoneria.
— Mmm.
— Non ci credi?
— No, sì, ci credo. Solo, stavo riflettendo su quello che hai detto. Che in un certo senso io ero in molti dei tuoi personaggi.
— Sì, so che questo solletica il tuo narcisismo, ma non gongolare troppo: se l’avessi letto…
— L’ho letto.
Questa volta è lei a guardarlo senza mascherare la sorpresa.
— L’hai letto?
— Sì.
— Non hai mai voluto leggere una riga…
— Lo so. Forse anch’io ora ti ho esorcizzato.
Grazia lo fissa con un sopracciglio alzato.
— Non puoi rubarmi le battute.
Francesco ride in modo nervoso.
— Non vorrei, ma non è colpa mia se le tue immagini rendono meglio l’idea di quelle che saprei trovare io. In ogni caso, volevo dire che probabilmente ora non vivo più con rivalità la tua passione.
— Quindi ammetti di essere stato geloso del tempo che dedicavo alla scrittura?
— Del tempo, delle energie… Sì.
Grazia si passa una mano tra i capelli corti. Li spettina un po’ dietro alla nuca.
— Ma dài. Ora fai pure autoanalisi… da non crederci.
— Eh già. Si vede che sto invecchiando.
— Non è per caso che la tua ragazza fa la psicologa?
Questa volta la risata di Francesco è autentica.
— No!
Continua a ridacchiare tra sé.
— Certo che è strano. — dice poi.
— Cosa è strano?
— Che stiamo scherzando di questo. Non l’avrei mai pensato possibile.
— Che scherzassimo su di lei?
Francesco torna serio.
— Sì.
— Beh, forse non sarebbe mai stato possibile. Se io non conoscessi la stregoneria.
Gli strizza l’occhio. In quel gesto Francesco ritrova una leggerezza che aveva dimenticato. Che credeva lei avesse perduto, a causa sua. Ora si rende conto di due cose. Primo, di essere stato presuntuoso pensandolo, e, secondo, che il fatto di scoprire che lei è ancora capace di essere frivola lo infastidisce. E forse questo fastidio è all’origine della sua frase successiva.
— Però devo dirti che alcuni dei tuoi personaggi non mi assomigliano granché.
— No?
— Quello dell’autofficina, per esempio.
— Non hai trovato niente di familiare, in lui? Non so, il fatto che dovesse per forza cercare di affascinare ogni donna che incontrava…
— Ma non è vero! Io non sono mai stato un farfallone!
Grazia lo squadra di nuovo con quel sopracciglio alzato.
— Non sto dicendo che rincorressi sottane. Solo che hai sempre fatto di tutto perché le donne ti trovassero affascinante. Tutte, non solo quelle che ti potevano piacere: le tue pazienti, le madri dei compagni di classe della Babi! Giocavi sempre a fare il gallo nel pollaio!
Francesco incassa la testa nelle spalle.
Dice: — Non mi pare proprio — ma gli sfugge un mezzo sorriso che rischia di smentirlo.
Grazia non insiste, conscia di avere vinto.
— Guarda, sta entrando il gruppo delle quarte e quinte elementari. Dopo la loro esibizione, toccherà alla Babi.
— Ah, bene.
Poi.
— Sai… il tuo libro mi è piaciuto. Al diavolo, mi è più che piaciuto: ho scoperto che sei dannatamente brava!
Grazia non dice nulla. Però è arrossita.
Francesco continua.
— E un po’ l’avevo capito, che parlavi di me. In alcuni punti mi ha fatto male, in altri mi ha… commosso, in moltissimi mi ha fatto riflettere. Per esempio, a un certo punto, di una delle tue protagoniste dici che il suo essere sempre in ritardo è una forma inconscia di ribellione verso sua madre. Perché l’aveva abituata ad arrivare almeno un quarto d’ora e spesso di più, prima di un appuntamento. Come a dirle che il tempo degli altri era prezioso e che il loro invece non valeva niente. Dici così vero?
Grazia annuisce.
— Ecco, quando l’ho letto ho saputo che stavi parlando di me. Di un aspetto di me che non avevo ancora capito, ma che era assolutamente vero. E tu dovevi averlo sempre saputo, e non hai mai pensato di spiegarmelo.
Grazia non dice niente. Stringe solo le labbra, e le dita sottili tra le maglie della sciarpa.
— E poi in quell’altro racconto, quando descrivi la pioggia di foglie in autunno, mi è tornata in mente quella volta che eravamo andati a funghi con i tuoi, Babi avrà avuto cinque o sei anni. Ti ricordi, tua madre aveva riempito un cestino e noi non avevamo trovato niente, e poi, allontanandoci sempre di più ci eravamo trovati soli, i tuoi non si vedevano e non si sentivano e avevamo avuto quasi paura di esserci persi. Ricordi, la Babi piagnucolava e diceva di essere troppo stanca e a un certo punto, dal niente, in mezzo al bosco ha cominciato a soffiare un vento fortissimo e caldo… Sì doveva essere quasi novembre ma faceva caldo, e tu scherzando dicevi che era l’estate indiana, e quando quel vento pazzesco si è sollevato di colpo siamo stati bersagliati da una tempesta di foglie che si staccavano dagli alberi e tu e la Babi vi siete messe a ballare e a saltellare, in mezzo al sentiero. E con le braccia aperte cercavate di acchiappare le foglie al volo e ridevate e le foglie vi finivano in bocca, e ridevate più forte sputandole…
Grazia guarda Francesco, che parla con lo sguardo e il sorriso rivolto altrove, forse a un’altra lei che balla in mezzo al bosco accanto alla sua bambina, e ride del vento che le riempie i polmoni e le annoda i capelli che portava ancora lunghi.
— Perché sembri quasi sorpreso? — gli chiede allora.
— Cosa? Sorpreso?
— Sì, sembrerebbe che ti sorprenda ritrovare la nostra vita passata nelle cose che ho scritto.
Francesco si passa una mano sulla guancia e sul mento ben sbarbati.
— Non lo so. In effetti sì, devo dire che mi ha sorpreso. Forse perché l’ho sempre vissuta come se tu volessi fuggire da noi, rifugiandoti in chissà quali mondi immaginari. Come se tu avessi bisogno di vivere una vita parallela, come se noi non ti bastassimo…
— Fra…
— No, ti prego, lasciami finire. Non ti sto accusando di niente. Ti sto solo dicendo che era quello che credevo, anche se forse non è che avessi un pensiero coerente su questo. Era più una cosa che sentivo… In ogni caso, mentre ti leggevo, ho capito che per lo più mi sbagliavo. Cioè, non sono ancora sicuro di averti capita, però mi è venuta l’idea che forse la scrittura ti serve a rielaborare le cose, a rimetterle in una prospettiva più ampia o più bella… a volte ad addomesticare quelle emozioni troppo forti che minacciano di travolgerti, di…
Grazia lo sta fissando con il volto teso, mentre lui si arrabatta per cercare di dare un senso a un discorso troppo difficile, con la timidezza di chi non è abituato a parlare dell’Intangibile. Ora che si è bloccato gli sembra quasi che lei voglia aiutarlo, anche se non dice una parola, che con lo sguardo e con le labbra socchiuse cerchi di formulare le parole che lui stenta a trovare. Come quando erano ragazzi e lei lo aiutava a preparare gli esami di medicina. E, senza nemmeno accorgersene, gli suggeriva le risposte con il labiale. Non aveva senso, e ovviamente Grazia ne era ben consapevole, ma era più forte di lei. Questo rendeva la cosa divertente. Francesco rideva e lei capiva di esserci ricaduta e si innervosiva, e lui rideva più forte e le afferrava il viso imbronciato e la baciava.
— Grazia, quante volte devo averti baciato?
— Cosa?!
— Siamo stati assieme quasi vent’anni. Dev’essere un numero di volte decisamente importante!
Grazia scoppia a ridere.
— Va bene, e con questo?
— Detto questo, penso che un bacio in più o uno in meno non farebbe una grossa differenza, nell’equilibrio generale delle cose. E te lo dico perché adesso mi piacerebbe tanto baciarti.
Grazia spalanca gli occhi e la bocca. Si guarda attorno, allarmata.
— Ma… sei…sei impazzito? Adesso vorresti baciarmi qua, in mezzo a tutta questa gente che ci conosce, agli amici di nostra…
— No, certo che no! Potremmo uscire un attimo. All’esibizione della Babi deve mancare minimo un quarto d’ora. Non so, potremmo andare in bagno.
Grazia scatta in piedi con un movimento nervoso. Poi, forse realizzando che non sa dove andare, si risiede.
— Tu sei uno stronzo! — lo apostrofa. Ora sta bisbigliando, anche se non ce ne sarebbe bisogno. La musica ad alto volume copre le loro voci.
— Scusami.
— Scusami?! Cazzo, te ne sei andato con un’altra donna, mi hai fatto passare in mezzo all’inferno…
— Lo so, lo so. Scusami.
—… E quando per la prima volta mi sembra di esserne uscita tu mi fai due complimenti e poi mi proponi di andare a limonare nel bagno?
— Lo so. Mi dispiace. Grazia, mi dispiace. Non so cosa pensavo. Stavo parlando sul serio, però, prima di…
Grazia lo fissa con le guance e gli occhi in fiamme. Ottenuto di zittirlo, rivolge di nuovo il viso alla pista di pattinaggio. Il suo petto si solleva veloce, sotto al maglioncino a collo alto. Si tormenta le labbra con i denti.
— Sono una merda, perdonami. È che la storia dell’esorcismo, la tua aria rilassata… Sì insomma, avevo creduto davvero…
— Sta zitto. Tra poco tocca alla Babi. Non ti permetterò di rovinarmi anche questo momento!
—… che tutto fosse possibile.
Grazia contempla ancora la pista, impassibile. Forse non ha nemmeno sentito.
— Non è tutto possibile. — mormora invece, un attimo dopo. Lo dice assorta, senza rabbia questa volta, come se parlasse a se stessa.
— Ci si fa male. — aggiunge, ancora come se non si rivolgesse a nessuno in particolare.
— Lo so.
…
— Lo so.
Postato da biancabalena alle 12/05/2007 14:52 del sabato, 12 maggio 2007
C’è che mi sono dimenticata qualcosa.
L’indirizzo esatto dell’agriturismo (http://www.countryhouselasforzata.com/)
in cui avevo prenotato, per esempio. Così che ho il navigatore satellitare, ma non so che dirgli, dato che la sua intelligenza elettronica non accetta approssimazioni, inserire civico: contina a ripetere.
C’è che lo trovo lo stesso, in barba alla tecnologia, seguendo i cartelli, alla vecchia maniera.
C’è che è un posto bellissimo, un luogo di confine, in cui sembra di stare fuori dal mondo, in aperta campagna, e invece si è a ridosso della città, di Torino.
C’è che non sono agitata, mentre lasciamo il verde, io con il vestito “buono” addosso e, ovviamente, le scarpe rosse ai piedi, e ci avviciniamo al Lingotto. Non lo sono e penso che dovrei, che l’agitazione mi prenderà alla sprovvista e alla gola e mi chiedo quando.
C’è che il mio stand non è accanto a quello di Sergio-Scriverecala (io ovviamente mi ero fidata, risparmiandomi di controllare…) e che la guidina che ti consegnano all’ingresso è stata redatta da un idiota o da un gran burlone, per cui gli editori sono inseriti prima con il nome e poi con il cognome, per cui DI SALVO, lo devi cercare sotto Michele, per esempio. (e se uno non lo sa, non lo troverà mai)
C’è che comunque io lo so, almeno questo, per cui lo stand lo trovo facilmente, (padiglione 2 - L71) vedo il mio libro, le mie recensioni appese, conosco l’editore, (unico uomo in una squadra tutta femminile…), intravedo altri che immagino miei compagni di avventura.
C’è poi il nostro momento.
“Autori allo sbaraglio” si potrebbe dire. Pochi minuti, e la consapevolezza che le parole non bastano, che non possono bastare. Perché parlare del libro che hai scritto è come parlare del tuo amore, come provare a spiegare perché proprio lui, cos’ha di speciale, quell’amore, cosa lo rende unico, diverso da tutti gli altri.
Ci vorrebbero giorni, ci vorrebbero le giuste domande, ci vorrebbero fiumi di inchiostro e ci vorrebbero storie.
Ecco, io avrei bisogno di altre storie, per parlare delle mie storie.
Per cui qualcosa dico, su qualcosa incespico, le parole si fermano e mi lasciano sola, a momenti, poi riesco ad afferrarne qualcuna, qualcuna con un senso, mi pare, e la dico. Slegata, libera, frammenti che spargo, non so nemmeno se mi auguro che qualcuno li raccolga.
Li dico perché devo. Mi sembrano importanti lì, sul momento.
Importanti sono senz’altro il sorriso e i cenni di approvazione di Milvia ( http://rossiorizzonti.splinder.com/) , e di Gloria, e di Elisa, sedute in prima fila. Importanti come lo sguardo intenerito di mio marito, che mi trova fragile e si sorprende e forse mi ama un po’ di più, in quel momento, lì, nella mia vulnerabilità.
E poi ci sono ancora sorrisi, e belle parole.
Una pausa allo stand dell’editore, il tempo di due chiacchiere e mezzo bicchiere di vino bianco caldo e dolce.
Il tempo di chiacchiere tra donne, di libri, di blog e altro, di assorbire volti e voci, lo sguardo pieno di energia di Milvia, carico come il rosso dei suoi capelli, la dolcezza di Elisa, i calmi occhi chiari di Gloria. Poi me ne vado, dopo che il mio editore mi ha svelato tortuosi percorsi e gustosi retroscena delle procedure postali, me ne vado dimenticandomi di chiedere come va il mio libro, quante copie ho venduto, me ne vado e non torno più, perché mi sembra di non avere altro da fare lì.
C’è la stanchezza. Pesante, da addormentarsi con la testa sul tavolo, che mi prende mentre sbocconcello cous cous poco cotto e jambalaja di verdure passabile da Lingua Madre (il riso thai preso da mio marito invece era molto buono, avviso ai naviganti…). Una stanchezza emotiva, da nervi tesi che si rilassano, pazzesca ma che, per fortuna, passa in fretta.
Ci sono libri che mi interessano, degli altri. Cerco l’editore di Francesca Mazzucato, Giraldi, perché voglio il suo “Train du Rêve” (un titolo così…), ma Giraldi non c’è nella guida, perché il diabolico redattore ha pensato bene di metterlo sotto la C di Cristiano Giraldi (“Cristiano” che non compare poi da nessunissima altra parte, né nel logo della casa editrice né nello stand stesso).
C’è, però, che quando una cosa la vuoi davvero capita che la fortuna ti aiuti, per cui “inciampo” letteralmente nella pila del libro che sto cercando.
Compro anche il giallo di Sergio Calamandrei, (/http://scriverecala.splinder.com) “L’unico peccato” nonostante il prezzo decisamente scoraggiante di ventuno euro. Vero che i piccoli editori dovranno pur campare, però, se io non ne avessi già letto dei passaggi, se io non avessi già un’idea del libro da prima, dubito fortemente che l’avrei comprato. Sicuri che questa strategia paghi, signori di Zona? Boh, Sergio, sarei curiosa di sapere cosa ne pensi tu. Per fortuna che c’era almeno lo sconto fiera, e che mi hanno regalato un bel sacchetto di tela nera, provvidenziale.
C’è la presentazione della nuova collana di Declinato al femminile.
Bello stare tra il pubblico, intanto. Francesca Mazzucato dice cose assai interessanti ed è un piacere starla a sentire. Ed è un piacere ancor più grande conoscerla, finalmente, di persona.
C’è il suo libro nuovissimo, Magnificat Marsigliese, che mi regala tirandolo fuori dalla sua borsa e che è, scopro poi, impregnato del suo profumo, amaro e cipriato.
http://declinatoalfemminile.blogspot.com
C’è il ritorno all’agriturismo, dove scopro una festa in corso nel grande prato, musica, grigliata e tanti ragazzi. Veniamo anche invitati, ma per oggi ne ho abbastanza di folle. C’è un’ottima pizza, quindi, in un posto molto carino consigliato dal padrone di casa, e poi il ritorno svelto in camera, perché nemmeno la doccia calda è riuscita a sciogliere tutta la stanchezza.
C’è un fiume di lacrime guardando Grey’s Anatomy (potevo perdermi l’ultima puntata della serie??), c’è l’addormentarsi lasciandomi cullare dai rumori della festa, fuori. Come da bambina, quando c’erano ospiti e i miei mi mettevano a letto presto e scivolavo beatamente nel sonno, confortata dal suono delle loro voci e delle loro risate.
E questo è tutto, per ora. Vado a sprofondarmi nelle mie nuove letture.